Contributo di: On. Prof. Silvano Labriola
 Presidente della Fondazione Emanuele e Vera Modigliani.

1. La riforma costituzionale in discussione in parlamento, può influire sul modello politico, in particolare per ciò che dispone sulla forma dello Stato (oltre naturalmente per le nuove disposizioni sulla forma di governo).
           Il rapporto tra le istituzioni e le forme della politica sussiste ed è reale, come lo studio dei dati del rapporto attesta, sia nella storia, sia dal punto di vista teorico.
          Si tratta di un rapporto la cui influenza è suscettibile di variare, ed anche molto, secondo il grado di coerenza dell'un dato rispetto all'altro, delle istituzioni rispetto alle forme della politica, e viceversa, restando comunque preminente (non però da solo decisivo) l'impulso conferito dall'effettivo svolgersi del sistema economico sociale.
           La fisionomia che le regole del potere assumono favorisce sostanzialmente alcune tendenze, ne scoraggia altre, accelerando il corso delle une, ritardando quello delle altre. Poiché il tempo è dimensione non mai neutrale, il peso delle istituzioni sulla politica, pertanto, può avere molta importanza, e spingersi fino a determinare svolte anche radicali nelle vicende della comunità.
          Del resto, nella più recente esperienza del caso italiano, si rinviene una convincente riprova di ciò. L'avvento del maggioritario a costituzione invariata, produce conseguenze di notevole spessore sul modello politico. In parte essi sono gli effetti voluti da quanti hanno ispirato e lucidamente guidato al successo la riforma elettorale, nelle due parti in cui si articola, la regola maggioritaria e il collegio uninominale misto alle liste bloccate.
          In parte, invece, si sono determinati effetti non previsti, il che spesso accade: le leggi possono andare in direzioni insospettate, come nella bottega dell'apprendista stregone, soprattutto se sono frutto di condizioni di congiuntura e non di struttura, e opera di mani svelte e menti deboli.

2. Che cosa è avvenuto nel modello politico dopo l'avvento maggioritario a costituzione invariata? La crisi del modello politico in atto all'inizio degli anni '90 è stata sospinta verso determinati esiti, che hanno liquidato due dei tre maggiori partiti attivi nella storia repubblicana, hanno cancellato i partiti minori del centro, rimosso esclusioni antiche ed insinuato nuove: si è determinato uno spostamento della politica dalle sedi proprie ad altre.
           Altri esiti non sono stati quelli previsti e perseguiti. Soprattutto è mancato l'obiettivo del bipartitismo, chiave di volta dichiarata del nuovo modello, mentre al suo posto si è installato un bipolarismo a quinte mobili, ed a rapporti interni ineguali. Se il cemento che ha coagulato i poli si compone essenzialmente della lotta per il governo, il cemento che ha tenuto assieme i soggetti che si radunano a loro volta nei poli, è quello elettorale: non si va al governo se non si è in un polo, non si entra in parlamento se non si è in uno dei soci del polo.
           Ne consegue che il modello bipolare imprime al sistema una svolta verso il primato del potere a detrimento del peso della politica: a cascata si caratterizzano le nuove forme della raccolta e della organizzazione del consenso: dalla democrazia della rappresentanza si va verso la democrazia della investitura; emerge la personalizzazione del potere, e sale al vertice del rapporto con l'opinione pubblica l'immagine, mentre indietreggia la vertenza sulla economia e sulla società, e così via.
           Ciò che appare in crescente chiarezza è il grado molto basso del livello di coerenza tra le istituzioni e la realtà del sistema sociale della comunità nazionale.
          II fatto che non si sia raggiunto il bipartitismo, pur essendo questo il presupposto necessario perché il mutamento degli anni '90 funzionasse, non è il solo sintomo del deficit di coerenza tra istituzioni e modello politico. Altri si aggiungono, articolandosi in segmenti di insoddisfazione sociale più o meno esasperata, nelle difficoltà crescenti in cui si dibatte il sindacato, ancora inspiegabilmente diviso nelle sue articolazioni tradizionali prive delle aree di riferimento non sopravvissute alla crisi del modello politico, nella ricerca senza successo di approdi e saldature convincenti che caratterizza il mondo giovanile, pure segnato da sensibilità e consapevolezze di notevole spessore ideale.

3. Dopo la riforma elettorale, i due schieramenti contrapposti, i due "poli", si sono alternati nel por mano ad una riforma della Costituzione. In particolare, per quel che attiene alla forma dello Stato, si sono avuti prima la cd riforma del Titolo V (parte seconda della Costituzione), e poi il progetto detto di devolution, ora in discussione in parlamento: il primo escogitato dal centro sinistra, il secondo dal centro destra. Non vi è traccia di larghi consensi alle due riforme, malgrado l'esortazione del presidente della Repubblica di recente fatta e ripetuta, ma rimasta senza alcuna eco.
           Si tratta di una revisione che indirizza lo Stato non al federalismo, di cui manca l'essenziale, perché le nuove regioni sono ancora estranee alla struttura costituzionale della Repubblica, ma ad un accentuato decentramento politico (pur zoppo, perché privo della parte finanziaria). Su questo punto essenziale, sinistra e destra presentano di fatto lo stesso schema.
           Quale la conseguenza sul sistema politico? Se la regione diviene un centro di potere consistente, con buon carico di competenze legislative, ed amministrative (verso cui hanno spiccata predilezione), e sono al tempo stesso sollevate dal peso di larga parte dei controlli fin qui esistenti, e questa è la situazione già in atto dopo il nuovo Titolo V, le conseguenze sulla struttura dei soggetti politici non tarderanno a manifestarsi.
           Se la regione si riscatta dallo Stato (è memorabile l'affermazione inserita nel nuovo Titolo V, secondo cui la Repubblica si compone dello Stato, delle regioni, dei comuni, delle province e delle città metropolitane), il cemento del potere che tiene insieme le strutture dei soggetti politici, e soprattutto di quelli sopravvissuti più o meno figurativamente, non basterà più alla catena di comando interna.
           Ciò non provocherà soltanto instabilità, ma anche consentirà la spinta alla ricomposizione di aree politiche, fin qui separate e compresse dalla logica che l'assetto istituzionale ha imposto al modello politico. Coloro che si sono dovuti sottomettere alla legge non scritta, e non conforme alla realtà, secondo cui se non si è in un polo non si può espirare al governo, e se non si è in un socio ammesso ad un polo non si può aspirare alla rappresentanza, hanno ora davanti a sé un varco per recuperare identità ed unità che si sono dovute chiudere in soffitta. La dimensione regionale è abbastanza vasta ed abbastanza autorevole per liberare energie e culture politiche, tuttora vive ed utili a riannodare il filo logorato tra sistema delle istituzioni e sistema paese.
           Nel campo socialista una previsione del genere non è impossibile: sarebbe molto positivo che si avverasse, nell'interesse della reintegrazione del modello politico, privato a viva forza di un suo ramo essenziale, e della sinistra riformatrice, che non ha potuto colmare altrimenti tale vuoto.

22.IX.04