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Relazione on. Rino Formica
Presidente Movimento “Socialismo è Libertà”
Roma, 16 marzo 2005 - Coordinamento
Nazionale
Non basta una buona idea perché una
iniziativa generosa di animazione culturale-politica possa
trasformarsi in un movimento organizzato.
L’unità socialista è certamente una
buona idea, ma essa non ha trovato accoglienza negli organi dirigenti
ufficiali dello Sdi e del N.Psi, nonostante l’insofferenza di larga
parte della periferia di questi partiti.
Solo in Calabria è stato possibile dar
vita ad una lista regionale di unità socialista nel centro-sinistra
con la partecipazione di “Socialismo è Libertà”.
La scelta dello Sdi di partecipare in
nove regioni a liste unitarie della Fed ha influenzato il
comportamento dei socialisti, divisi in più formazioni, nelle altre
cinque regioni. E’ difficile allearsi con un partito che nella
stragrande parte del Paese affronta l’elettorato annunciando che la
propria prospettiva politica è il superamento e la scomparsa della
propria esperienza di partito autonomo nella sinistra italiana.
Ed il difficile si è trasformato in
impossibilità.
La scelta del N.Psi di essere nella
casa della libertà, nella buona e nella cattiva sorte è uno splendido
esempio di fede nella indissolubilità del matrimonio.
Dispiace constatare che la vita
presente e futura dello Sdi e del N.Psi è ormai storia di destini
personali che ha rotto ogni residuo legame con la storia collettiva
del popolo socialista, ferito ma non ucciso dalle terribili esperienze
di questi ultimi 15 anni.
In questa riunione del Comitato di
coordinamento del Movimento, abbiamo il dovere di indicare ai
compagni, che ci hanno seguito e che ci hanno ascoltato, una linea
coerente e dignitosa da tenere nella prova elettorale del 3 e del 4
aprile.
1.
Escludiamo ogni sostegno alle liste di centro-destra.
2.
Dobbiamo sostenere i candidati socialisti del Movimento
presenti nelle liste di centro sinistra interessate ad una esplicita
prospettiva di rifondazione socialista.
3. Riteniamo
di non poter favorire liste che hanno il dichiarato scopo di superare
e di spegnere la forza organizzata ed autonoma del socialismo.
4. Nelle
elezioni amministrative locali, il coordinamento regionale del
Movimento darà le indicazioni opportune non confliggenti con
l’orientamento nazionale.
Sappiamo bene che stiamo usando stile e
linguaggio sproporzionato all’area di ascolto, ma abbiamo temuto che
ogni assenza di chiaro orientamento potesse aprire la via alla facile
accusa di essere reticenti ed ambigui.
Il Movimento è nato per riunire i
socialisti, ma siamo consapevoli che non bastano gli appelli a coloro
che in questi anni si sono logorati ed hanno perso lo smalto dei
militanti e che occorre dar vita a gruppi decisi nell’azione e limpidi
nel pensiero per influire nelle aree della sinistra colpite dal crollo
del comunismo, dalla crisi socialista e dall’emergere di un vasto
movimento moderato e confessionale.
La nostra presenza in questa campagna
elettorale sarà limitata e circoscritta; altrettanto scarsa e
residuale sarà l’incidenza dello Sdi e del N.Psi: non si possono
raccogliere frutti in terre incolte e sabbiose.
Rivolgeremo, invece, una particolare
cura nell’interpretare e nel valutare le tendenze in atto nel
profondo dell’elettorato. L’attenzione dovremo fissarla non fermandoci
al conteggio nella partita finale tra i due blocchi di un bipolarismo
forzato e costretto. L’analisi più penetrante dovrà riguardare gli
spostamenti delle forze all’interno dei blocchi e l’estrazione e la
qualità degli eletti. Nel bene e nel male è in corso una selezione di
classe dirigente, figlia di impulsi emotivi, effimeri e spontanei
sostenuti dalla forza del denaro e della notorietà occasionale.
Saremo molto interessati a capire cosa
è successo in questi 15 anni nel sistema politico sviluppatosi fuori
dei modelli tradizionali dei partiti storici.
Potrebbero essere questi i temi per una
riflessione obiettiva e non pregiudiziale:
1.
possono vivere nel futuro, senza possedere un rinnovato
pensiero, gli avanzi della prima repubblica: i frammenti
democristiani, le schegge socialiste e laiche, i residui nostalgici
del comunismo che fu?
2.
Hanno un impianto organico saldo e ramificato nella società e
posseggono idee-forza affascinanti e suggestive per le nuove
generazioni e per il Paese i cosiddetti partiti nuovi della seconda
Repubblica: la Lega Nord deperita e valligiana; Forza Italia piramide
umana a sostegno del potere personale; la nuova Fed, un tram del
desiderio dove tutti i passeggeri sono bigliettai e nessuno sa
guidare?
3.
Dove sono finite le levatrici della storia: i magistrati, i
girotondini e gli immacolati colombi dei salotti dell’intrigo e della
pace?
4.
Come è stato possibile che dalla grande rivolta purificatrice
del 92/94 sia nata una grande forza moderata e di nuova destra che ha
strappato alla sinistra l’egemonia culturale e che si è collocata al
centro come fulcro di una nuova unità nazionale patriottarda e
tendenzialmente confessionale?
Se il quadro post-elettorale ci
consentirà di rispondere in forma univoca e senza difficoltà a questa
domanda, vorrà dire che si è chiusa la lunga e tormentata fase della
transizione e si è aperto un secondo tempo che sarà al buio, perché il
rimescolamento delle forze supererà vecchi e nuovi confini ed
emergeranno revisionismi culturali sul tronco delle antiche culture
politiche. Come essere pronti a questo evento è il rovello che ci
angoscia e che tanti socialisti “ ufficiali” vogliono rimuovere dai
loro pensieri perché avvertono il grande divario che corre tra altezza
del compito e modestia delle forze.
Se, invece, il panorama del dopo
elezioni sarà illeggibile o enigmatico, vorrà dire che è in atto un
processo di assuefazione alla stagnazione e al pensiero povero della
transizione e che il distacco dalla politica invaderà un’area vasta
del Paese e produrrà una radicalizzazione fuori del sistema delle
forze inquiete e compresse.
Dopo le elezioni regionali ed i
ballottaggi per le elezioni amministrative locali, ci toccherà
affrontare il voto referendario.
Anche noi abbiamo firmato per i
referendum insieme a tanti laici e cattolici e, quindi, voteremo SI’.
Sui quesiti dei referendum e sul voto
di astensione è in corso una vivace e a volte aspra polemica tra la
Chiesa ed il resto del Paese.
Per noi socialisti, educati alla scuola
della libertà, il nocciolo politico della questione non è sul punto
del diritto della Conferenza Episcopale a richiedere ai cattolici un
atto di fede e di disciplina alla fede nel voto. Altro è il nostro
interesse. Vogliamo misurare l’ampiezza dell’area di consenso tra i
cittadini del voto disciplinato all’indicazione della Chiesa.
Una consistente area trasversale nel
sistema politico, retto da una legge maggioritaria, che sente il
vincolo della fede come verità assoluta, pone un problema serio in una
democrazia pluralista.
Ci si allontana dalla laicità dello
Stato e ci si avvia verso i lidi dello stato confessionale.
La ridotta unità nazionale tra
cattolici su questioni religiose è una novità della seconda
repubblica; ciò non avvenne nel passato per opera dei cattolici
liberali De Gasperi e Moro.
Le lacerazioni provocate nei due
blocchi dopo la contesa referendaria si sommeranno alle fratture mai
sanate in questi anni: l’inadeguatezza della Carta Costituzionale di
fronte al radicale mutamento degli equilibri internazionali; la lotta
tra i poteri istituzionali senza freni e senza i luoghi autorevoli
della ricomposizione; l’assenza di un futuro programmato del sistema
produttivo; il dominio assoluto della finanza sull’industria residua;
la crisi della coesione sociale e della saldatura tra generazioni.
Con queste insofferenze dovremo
affrontare un evento che per la prima volta si presenterà al giudizio
degli elettori turbati e smarriti: in primavera del 2006 si voterà con
una legge maggioritaria che trasformerà una maggioranza relativa del
Paese in maggioranza assoluta del Parlamento, chiamato ad eleggere un
Presidente della Repubblica per 7 anni ad un Governo per 5 anni.
Si tratta di un esito certo che induce
ad ipotizzare un clima di tensioni e di asprezze inedite per la storia
repubblicana. Verrà al pettine il nodo avvelenato che ha incatenata la
vita democratica del Paese: l’abolizione del sistema proporzionale
a costituzione invariata.
Questo errore di partenza che il
messaggio di Cossiga alle Camere nel ’91 cercò di evitare, fu la
declaratoria che indicò l’esaurimento creativo di una classe
dirigente.
In questi 15 anni la questione è stata
messa in ombra, per pudore o per paura, nella speranza che il tempo
risolvesse il problema. Ma il sovrapporsi di nuove e più complesse
difficoltà richiede una incontaminata freddezza di analisi ed un
coraggio nell’azione politica straordinaria, e, forse, inedita.
I socialisti sin dalla fine degli anni
’70 con la proposta della Grande Riforma, si posero in prima linea per
abbattere il mito primitivo e religioso della intoccabilità delle
Tavole Costituzionali, ma lasciarono perdere l’occasione,
perché ritennero che la conservazione degli equilibri di sistema fosse
condizione necessaria per la stabilità di governo.
In questi anni i socialisti sono
apparsi più dolenti che combattivi, più risentiti che riflessivi, più
richiedenti che orgogliosi e non hanno saputo trasformare le nostre
mutilazioni in risorsa vitale per fare appello alla cultura
istituzionale, per poter aiutare il Paese ad uscire da un sistema
paralizzato da due blocchi nati nella provetta di una forzata e
innaturale legge elettorale.
Nel presente i socialisti sono divisi e
ciò non costituisce una novità assoluta. Sono, anche, sfiduciati. A
questo punto notiamo una ambiguità sulla motivazione della sfiducia.
Si può essere dubbiosi sul futuro del socialismo e si può essere
depressi per insufficienza dei socialisti.
Temo che si voglia coprire lo
sfinimento dei singoli con il dubbio nella prospettiva storica. Il
caso non è infrequente quando si è pagato molto ed ingiustamente sul
piano personale per una causa. Ciò serve a spiegare ma non a
giustificare.
Il N.Psi ha responsabilità politiche
gravi e non perdonabili: ha rovesciato la nostra storia disperdendola
su un terreno ostile per natura e per destino.
Lo Sdi che ha preteso, con una
consistenza irrisoria rispetto alla forza storica del socialismo
italiano, di poter parlare a nome di tutta la tradizione socialista,
si è assunta una responsabilità imperdonabile: cancellare la presenza
socialista dal sistema politico italiano per una conversione al
prodismo, specie ibrida o, meglio, improbabile del giardino
politico domestico.
Nei prossimi mesi la lotta politica in
Italia sarà certamente influenzata e condizionata dalle vicende
europee ed intercontinentali, ma l’urto dall’effetto imprevedibile
sarà dato dallo scontro di tutti contro tutto per il controllo del
potere istituzionale e dal peso che eserciterà la Chiesa nel far
valere la sua Tavola dei principi e dei valori.
La sinistra italiana travolta dalla
sconfitta del comunismo e mutilata dalla creatività socialista, ha
accettato il falso luogo comune della fine della ideologia e ha dato
il passo ad ideologie neoconservatrici che hanno fatto terra bruciata
delle politiche della liberazione dal bisogno, dalla paura e
dall’oppressione.
In un mondo attraversato dai timori e
dalle incertezze, milioni di esseri umani cercano nel trascendente le
nuove indiscutibili autorità ed accettano la superiorità della legge
religiosa su la legge degli uomini.
Il nostro Movimento è piccolo e non
possiamo attendere la crescita per poter influire in un sistema che
lascia alla politica il compito di fare, di conquistare la “roba” e di
tutelare gli interessi e assegna alla religione l’ufficio di tutore
delle coscienze e di fonte della verità assoluta dopo il fallimento
delle ineluttabili leggi della storia.
Entro l’anno si delineeranno gli
scenari possibili che l’esito del voto del 2006 selezionerà e che ci
consegnerà per un periodo medio-lungo.
I progetti intorno ai quali febbrile è
l’opera delle vecchie volpi della raffinata scuola italica dell’essere
e del non essere sono due:
1.
A sinistra il progetto
della Fed. Esso forse non
mira al partito unico dei Ds, della Margherita e dello Sdi, ma a
fissare l’egemonia dei cattolici sociali su la sinistra storica
marxista. L’operazione è destinata all’insuccesso perché non è
sufficiente la capitolazione dello Sdi, occorre lo scioglimento del
più forte partito post-comunista d’Europa e una collocazione nel
parlamento europeo fuori della famiglia socialista.
2.
Tra i moderati del centro destra e con rapporti solidi nel
centro del centro sinistra, sono in corso grandi manovre per la
formazione di una grande area che non sarà la riproduzione fisica
della Dc ma la reincarnazione dell’anima degasperiana del partito dei
cattolici. De Gasperi costruì una realtà politica su solide basi:
sicurezza democratica occidentale e gradualismo sociale.
Gli ingegneri della nuova piattaforma logistica, liberalcristiani e
socialcristiani lavorano intorno a due pilastri: forte apertura al
capitale e al lavoro e accettazione in piccole dosi di un mite stato
confessionale.
Questo è il progetto più forte che ha
anche un punto debole: vive solo all’interno di un sistema
elettorale proporzionale. La spiegazione più lucida è stata data
dall’accorto e lungimirante on. Andreotti.
Vi sarebbe un terzo progetto: il
neo-lombardismo di Bertinotti. Però tutti hanno capito che si tratta
di una opposizione di sua maestà che intende arrecare molestia ai Ds.
Non vale la pena addentrarsi in una sofisticata analisi.
L’assenza di un progetto socialista per
la soluzione della crisi italiana ha origini in due cause rilevanti:
1.
La crisi della cultura revisionistica dei socialisti. Dopo il
Midas Craxi lanciò la parola d’ordine: prima vivere e poi filosofare.
Ma vivere voleva dire: vivere collettivo; e il tempo di
filosofare venne presto: all’inizio dell’80 con Rimini e la
conferenza programmatica. In questi quindici anni il prima vivere
dei socialisti è stato un prima sopravvivere dei singoli con
qualche opportunismo di troppo; il tempo del filosofare, invece, non è
mai arrivato.
2.
Il complesso d’inferiorità dei diessini nei confronti dei
cattolici ed il loro complesso di superiorità nei riguardi dei
socialisti. L’attuale polemica interna ai Ds sulla fine del dalemismo
e sulla debolezza del fassinismo, fa pensare che qualcosa nel profondo
del partito potrà riemergere presto.
E’ aperta una discussione all’insegna
della ricerca di nuove soggettività politiche.
L’oggetto misterioso di questa fase
è il socialismo italiano.
Che fanno, che pensano, che dicono i
socialisti nessuno lo sa!
Chi è appagato dal lancio pubblicitario
della parola riformismo, deve sapere che si tratta di un
trucco deviante per far cadere nell’oblio la impronunciabile parola:
socialismo.
Vi sarà pure una ragione se
post-democristiani e post-comunisti convergono sull’uso fraudolente
del termine riformismo. C’è sicuramente la cattiva
coscienza perché nel passato il riformismo fu da loro
sempre osteggiato, ma c’è anche lo sforzo di evitare di fare i conti
con un socialismo senza frontiere.
Un socialismo più pragmatico e più
intriso di vecchi e di nuovi valori.
Il socialismo ha fatto i conti con la
democrazia ma resta ancora ambiguo il suo rapporto con la religione ed
i suoi vincoli; ed è certamente non risolto il nesso tra socialismo e
libertà, libertà intesa come libertà della persona nel rispetto della
libertà della comunità.
I socialisti oggi sono deboli perché
sono stati incastrati nelle pastoie del potere quotidiano ed hanno
rinunciato dopo l’89 a rilanciare il nuovo progetto di vita e di
civiltà. So bene che è troppo tardi, ma so anche che se non
troviamo il sentiero per obbligare tutta la sinistra di popolo a
rivisitare e revisionare la esperienza della sinistra storica italiana
in una Rimini 2, la destra ed il moderatismo sfonderanno nelle
nuove generazioni con nuovi e disinvolti modelli culturali di vita.
Dobbiamo sapere che nei prossimi mesi,
alla vigilia delle elezioni del 2006, tutte le forze di potere
giocheranno la loro partita sino in fondo.
La società richiede la ricomposizione
delle rotture dei primi anni novanta.
Ogni restaurazione non può imporre il
passato come era. Occorre un inventario dei mutamenti avvenuti e delle
novità rifiutate.
La lotta furibonda è per la
conquista del sistema.
Due sono i campi dove si sprecheranno i
colpi bassi: il nuovo assetto istituzionale e la ricerca di un
diverso equilibrio tra i poteri.
Siamo un nucleo piccolo ma resistente
che conosce la ferrea legge dei rapporti di forza e che ha appreso,
nelle tempeste attraversate, la potenza che può sviluppare una
coscienza critica nella vasta area, stagnante e disorientata, di una
sinistra che vuole vincere senza convincere.
Dopo il referendum valuteremo se le
nostre forze sono all’altezza delle difficoltà di sistema e se siamo
in condizione di stimolare una elaborazione creativa di un socialismo
moderno e revisionista, che sia senza frontiere nell’azione, perché
dovrà rivolgersi a tutto il Paese, e che abbia una visibile frontiera
ideale per sostenere un progetto di vita e di civiltà.
La nostra analisi non è
visionaria perché pensiamo di poter vedere delle soluzioni possibili;
ma se essa non diventerà corale nella sinistra tutto sarà rinviato ad
un tempo imprevedibile.
Il nostro augurio è che con le elezioni
vi sia una scossa salutare.
Con il Direttivo da convocare per
giugno, faremo il nostro esame di coscienza.
Oggi il nostro dovere è di sostenere
con slancio i compagni che hanno deciso di affrontare la prova
elettorale.
Ciò che abbiamo detto è solo un
promemoria per il domani.
Il
Coordinamento Nazionale alla fine dei propri lavori ha approvato la
proposta della Presidenza di tenere un seminario di valutazione dei
dati elettorali nel prossimo mese di aprile. E di tenere altresi' un
Direttivo Nazionale nel mese di giugno dopo la consultazione
referendaria.
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