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Questa è la prima riunione del Comitato
Direttivo allargato ai rappresentanti locali dell’Associazione. I compagni dispersi o ristretti in spazi politici inospitali e, a volte, innaturali, hanno colto l’essenza liberatoria e unitaria dell’iniziativa, mentre le nomenclature minon, che nelle piccole nicchie di tutela avevano racchiuso il proprio orizzonte ideale, hanno manifestato uno spiegabile senso di fastidio e, in alcuni casi, una reazione insensata perché inspiegabile. Noi abbiamo scelto la strada lunga: convergenza unitaria di tutti i socialisti, revisione profonda e critica del nostro pensiero politico che ci fece grandi ma fragili; confronto senza complessi con i numerosi pezzi della sinistra storica perché si liberi dalla catastrofica visione minoritaria e sappia costruire una sinistra di governo che guadagni la fiducia del centro e tranquillizzi la intera società. E’ opera vana lanciare messaggi suggestivi per il futuro senza possedere la conoscenza degli elementi strutturali della realtà che ci circonda, senza una corretta valutazione delle forze in campo e senza una visione concreta delle alleanze possibili e disponibili. Compito di questo Direttivo è quello di selezionare e di scegliere i temi per un corso accelerato di aggiornamento innovativo del nostro pensiero politico. Pensiamo di offrire nell’autunno prossimo queste anni della critica al socialismo italiano, perché nel 2004 possa affrontare il primo decisivo scontro politico dell’Italia repubblicana: si affronteranno le solide e radicate tradizioni politiche, che hanno fatto l’Italia, con le effimere novità che hanno disfatto l’Italia senza saper sostituire ciò che pure andava cambiato. Vorrei aprire questi lavori con una riflessione, frutto maturo ed acerbo della nostra esperienza politica: è maturo perché grande e vasto è il giacimento della fatica socialista che in un secolo ha civilizzato il Paese; acerbo perché dentro di noi vi sono non trascurabili segni di iminaturità nel cogliere tutti i dati strutturali dei mutamenti in corso. La transizione italiana, a differenza di altre, è sterile. Non produce discussione di valore strategico, idee innovative sul piano delle politiche istituzionali, riflessioni sui processi che investono il tessuto sociale ed economico del Paese, sugli equilibri che coinvolgono i gruppi sociali e di interessi (eppure sono gli anni delle grandi privatizzazioni e dello smantellamento dell’economia pubblica). La transizione italiana, non ha aperto le porte a una nuova leva di classi dirigenti. Al clamore delle forze demolitorie operanti durante gli anni del giustizialismo, segue lo spegnersi progressivo delle voci dei partiti che costruirono l’Italia democratica. Si vuo dire, senza alcuna inf]essione polemica anzi, con un buon grado di approssimazione scientifica, che la transizione italiana, sia il prolungamento di quel fenomeno che caratterizzò l’Italia prefascista. il trasformismo. Eppure il quadro che si presenta nella prima parte degli anni ‘90 è fortemente dinamico. Vi concorre il venir meno di quasi tutti i riferimenti politici e istituzionali. E’ cambiata la situazione internazionale, con il passaggio alla democrazia dell’impero delle repubbliche ex sovietiche, con l’accelerazione dell’integrazione europea che, per l’Italia di quegli anni, significa proseguire l’opera di ristrutturazione generale degli ordinamenti politico-sociali determinati dalla democrazia del compromesso. Tutto ciò induce forse i gruppi politici allora egemoni (e tra questi in primis il PDS o DS) a una spinta verso le riforme? Nient’affatto. Tutto si consuma nell’ordinaria amministrazione e nella straordinaria azione di indebolimento degli avversari politici. Non interessa la ricostruzione di uno schieramento riformatore con il recupero del dibattito e delle proposte degli anni precedenti. Non interessa alla sinistra uscita dalle vicende del ‘93 l’affermazione di una chiara identità riformista. Quella sinistra rifiuta freddamente di riconoscere il valore della tradizione socialista e la sua insostituibilità per un progetto realisticamente riformatore. Non interessa agli ex comunisti, neppure recuperare, attraverso un radicale processo di revisione storica e politica, la migliore tradizione riformista del comunismo italiano. E’ più importante ricostruire una formidabile macchina da guerra. finalizzata alla sostituzione della classe dirigente. Quello che è certo è che l’opera di lenta e graduale sostituzione dei vecchi equilibri consociativi, pur voluta dal pentapartito, con tutte le ambiguità e le indeterminatezze, è osteggiata dai novisti. Certamente il pentapartito non disponeva di una strategia lineare di sviluppo dell’alternanza come forma evolutiva dei governi e non si pose il problema della riforma del sistema politico, ma favori quei gruppi che invece cava]cavano, strumenti referendari e idee populistiche. Certamente il pentapartito voleva inquadrare la transizione all’interno di una volontà conservativa dei propri centri di potere, che rendeva il progetto poco credibile. confidando nel trasferimento automatico in Italia dell’effetto normalizzatore. sui sistemi politici anomali, provocato dal crollo del comunismo. Senza dubbio la crisi politica del paese era cosi avanzata da richiedere una accelerazione e una ben più elevata definizione politica di quanto la cultura della destra moderata democristiana potesse offrire. Sta di fatto che il gruppo di comando della politica nazionale a cavallo degli anni ‘80-’90, il PSI di Craxi e le componenti del centrodestra democristiano, avevano chiaro il disegno politico di interrompere strategicamente la stagione della democrazia compromissoria e di mandare in archivio la categoria politica dell’unità antifascista almeno nella versione di asse insostituibile della democrazia in Italia. La crisi politica che è seguita a quegli anni è stata, come sappiamo, devastante, ma il ceto politico che ha sostituito il vecchio è motivato esclusivamente da ragioni emergenziali e di potere. Non si assegna e non vuole avere un passo strategico. Anche l’obiettivo di Maastricht è interpretato dal neo-centrosinistra in dimensione economicistica: risanare il bilancio dello stato senza toccare i luoghi degli interessi strategici, i rapporti di forza, le rendite politiche, gli equilibri sociali. In una parola senza riformare il Welfare all’italiana, vero architrave della speciale coabitazione nel nostro paese. Anche le riforme che vengono dall’esterno, introdotte dai trattati per l’integrazione monetaria, di forte impatto generale e sociale (le privatizzazioni, le flessibilità nel mercato del lavoro, la riduzione delle politiche di intervento assistenziale nelle aree deboli) perdono di valore strategico e sono assorbite in una logica di continuità. Il risultato è il prodursi di uno strano fronte, unificato dagli interessi appagati. La debolezza dell’Ulivo è questa: non solo confusione di linguaggi e proposte. E’ mancanza di un’anima. di una missione. Entrambe non si possono dare senza avviare veri processi politici interni, di ripensamento della propria storia e delle proprie tradizioni. Non possono darsi per aggregazione empirica di forze, sentimenti, interessi. Non possono soprattutto definirsi attraverso un processo di identificazione contro qualcuno, saltando la fase della costruzione faticosa di un progetto. Fa uno strano effetto riandare con la memoria alla discussione che preparò l’avvento del primo centro-sinistra, agli inizi degli anni ‘60, e registrare la differenza con il modestissimo livello del pensiero politico del gruppo dirigente dell’Ulivo. Grande soltanto nella spregiudicatezza e vacuità d’idee. Però, nella interpretazione della crisi italiana e nel volere dare noi un contributo di chiarezza e proposta, dobbiamo affrontare con altrettanto spirito aperto un altro argomento: vale a dire il ruolo, in questa lunga e ancora aperta transizione, delle forze politiche cattoliche e, più generalmente delle forme politiche del cattolicesimo. Dobbiamo farlo perché da questo dipende la qualità della nostra azione politica, di socialisti autonomi e liberi. E’ indubbio che la polarizzazione degli schieramenti e della stessa forma democratica, con l’alternanza dei governi non ha favorito la riaggregazione delle forze cx democristiane. Quello che è avvenuto a Sinistra con la scomparsa del Partito socialista, che ha provocato automaticamente il riposizionamento degli ex comunisti, non si è ripetuto al centro. Anche se va riconosciuto il ruolo della democristianità nella costruzione dell’esperienza politica di Forza Italia e dello stesso berlusconismo che, non ha solo utilizzato quote rilevanti di quel personale politico afflancandole alle strutture ehiamiamole aziendali, ma ne ha assorbito anche una quota di valori. Un quadro di valori nel quale muta l’equilibrio dei referenti culturali, dove ad esempio le categorie della mediazione e della conciliazione degli opposti sono sostituite da quelle proprie della destra cattolica. La scomparsa dell’universo democristiano ha prodotto, come per i socialisti, una diaspora. ha distribuito forze, sensibilità, tradizioni, discussioni all’interno dello schieramento politico di centrodestra e di centrosinistra. Con quali risultati? Con risultati modesti. Comunque lontani da un rapporto forte con le tendenze di fondo, con le dinamiche della società italiana. Le forze superstiti della storia del cattolicesimo politico sono servite essenzialmente da traino per altri processi. A sinistra, hanno consentito lo sdoganamento dell’ex PCI, a destra hanno costituito il retroterra politico e sociale per l’affermarsi di Forza Italia. Ma se nell’ambito del centrodestra sono distinguibili e per certi versi anche prevalenti i tratti del pensiero cattolico moderato e liberale (il riferimento a De Gasperi e Sturzo è molto attivo), non può dirsi altrettanto della Sinistra cattolica, il cui contributo è nettamente soccombente al confronto con il diffuso radicalismo della sinistra storica. Perché il cattolicesimo democratico d’ispirazione sociale, il riformismo della sinistra cattolica, che di fatto ha costituito la base materiale e ideologica del modello nazionale di sviluppo (il felice equilibrio di Stato e di mercato, l’ideologia del confronto permanente) sia in termini economici che politici, è oggi forza minoritaria nel centrosinistra? Certamente non per l’esaurirsi dei presupposti di cultura politica di quella componente, né per la fragilità dei contenuti programmatici. Quello che è mancato (e ancora manca) nella sinistra cattolica post-centrista è la volontà egemonica, una vera e propria cultura dell’egemonia. Oggi addirittura si impone la tendenza opposta, farsi rappresentare dalla unicità del blocco politico sociale del centrosinistra, sentirsi cioè soltanto parte di un como unico di rappresentanza. Come braccia o gambe di un unico organismo, senza troppe distinzioni. Le ragioni dell’affievolimento progressivo dell’identità alternativa al comunismo da parte della DC, e del carattere sempre più marginale del rapporto con il Partito socialista e i partiti laici, meriterebbero un capitolo a parte. Certamente non sono indifferenti a spiegare la curva verso il basso del rapporto della DC con i comunisti italiani i molteplici condizionamenti del quadro internazionale. Ma con altrettanta convinzione si può dire che abbiano pesato, ad impedimento di una chiara dialettica alternativa, le paure provocate dal massimalismo rivendicativo sempre attizzato dal PCI e il clima di guerra civile a bassa intensità del quale gli anni del terrorismo sono stati testimonianza. E’ sempre stato così? Certamente no. A parte le componenti liberaldemocratiche del cattolicesimo politico, di per sé portatrici di valori contrapposti alla sinistra massimalista, fu la sinistra storica Dc (Fanfani, Moro per ricordare gli esempi di pregio del cattolicesimo sociale) ad avere sentimenti oscillanti: il fascino e il rispetto verso la capacità di organizzazione delle masse propria del PCI. Il timore di non sollecitarne gli istinti radicali e antisistema. La volontà di contrastare quella grande forza (il grande nemico) con le armi del confronto democratico. Moro è il personaggio più contraddittorio e lineare nello stesso tempo. Contraddittorio perché non sa vedere alternative politiche alla democrazia bloccata se non dentro la cornice di alleanze sempre più organiche con il PCI (non valutando probabilmente che quella stessa necessità rappresentava di fatto la matrice del blocco politico). Lineare perché è disposto a mettere tutto in gioco se si mette in discussione il ruolo centrale della Democrazia cristiana come amministratore dell’evoluzione del sistema democratico nazionale. Ma ci sono altri esempi nella sinistra democristiana che testimoniano la volontà del confronto-scontro con la potenza egemonica del PCI. Fanfani è un esempio importante di una risposta di sinistra al radicalismo delle masse popolari. L’uso del keynesismo nella politica economica e sociale. Il potenziamento dell’industria di Stato come succedaneo dell’impresa privata. La valorizzazione degli strumenti di comunicazione, come la televisione. Sono tutti esempi di una risposta dinamica e riformistica a una sfida giocata dal PCI sul piano del rapporto con i ceti intellettuali assieme con il rivendicazionismo massimalista.
Vogliamo ricordare una pagina del confronto-scontro riformismo cattolico e massimalismo comunista, quella scritta a Firenze a metà degli anni ‘50 da un personaggio emblematico della sinistra cattolica: Giorgio La Pira.
La Pira non è solo il protagonista di storiche iniziative a favore della pace, dell’incontro tra USA e URSS e delle grandi religioni monoteiste. E’ forse soprattutto un pensatore teorico, che con la testimonianza e la riflessione costruisce lo sfondo su cui il riformismo sociale di una parte della sinistra democristiana si èriconosciuto.
La Pira viene eletto sindaco di Firenze e intuisce immediatamente che la sopravvivenza per sé e per la DC si avrà sul terreno della difesa del lavoro degli operai del Pignone e della Galileo, minacciati all’epoca dalla ristrutturazione industriale. La Pira non solo occupa il territorio del conflitto sociale (e politico) ma rivendica con orgoglio questa scelta. Nient’affatto straordinaria e per nulla aliena dalla tradizione dei cattolici impegnati in politica. Anzi questa si riconosce in un ruolo di guida politica del disagio e della protesta delle masse popolari, con lo sguardo rivolto non alla riproducibilità del conflitto (perché questo è solo interesse di una forza di opposizione) ma alle soluzioni concrete da dare a questo. La Pira ha chiaro il punto di contrasto tra molo della DC nel Paese e questione comunista, non ha interesse a cogliere il punto di mediazione, che potrà esserci nel prosieguo dei rapporti politici, cioè solo dopo aver risolto il problema della supremazia. Ecco cosa scrive il 7 luglio del 1956, (anche a seguito della vicenda emblematica del Pignone di Firenze) rivolto a Fanfani ma anche a tutto il gruppo dirigente nazionale della DC: “Qual è il problema (italiano e mondiale) che investe la vita politica e storica di oggi? Chiaro: quello del comunismo, cioè: quello del successore del comunismo nell’attrarre e nel guidare le classi e i popoli che sono in condizioni di inferiorità sociale, economica, politica, culturale ecc. E’ il problema del pilota di queste immense forze che sono le forze storiche, vitali di oggi e di domani. Domando: la DC in Italia (e nel resto di Europa) ed i paesi cristiani, sono essi capaci di operare questa attrazione e di assumere questo pilota ggio? Hanno l’ardimento cristiano necessario per attraversare l’oceano atlantico e pervenire al nuovo mondo?” Questo è il punto. Perché è la guida delle masse popolari da parte del partito democratico-cristiano il punto di caduta della questione democratica, come si pone in Italia a metà degli anni Cinquanta. Sappiamo che la discussione all’interno del gruppo dirigente democristiano portò a preferire l’opzione diciamo interventista (con alla testa personaggi come Fanfani, Mattei e La Pira), che prevedeva la dilatazione dell’economia e della mano pubblica. Una opzione contrastante con l’altra di tipo liberale, degasperiana-einaudiana. Sappiamo anche che la scelta espansiva o di sinistra, risolse il problema del pilotazzio (come lo definiva La Pira) di una fase turbolenta e delicata della vita del paese, ma pose ben altre contraddizioni alle Quali la sinistra DC poté dare risposte soltanto di mediazione. di compromesso sempre più soffoeanti del libero dispiegarsi della dialettica politica e dell’evoluzione del sistema politico. Proprio per la ragione che le politiche interventiste esasperate, non regolate da strategie equilibrate di bilancio, rappresentavano anche il terreno privilegiato della Sinistra, che ingaggiò da quel momento una rincorsa a incapsulare il sistema-paese dentro le maglie della spesa pubblica e della dilatazione dei confini del welfare ben oltre le compatibilità della finanza pubblica, sulla quale far gravare i costi della democratizzazione delle masse, della moderazione dei rapporti politici e del conflitto sindacale. Oggi, il problema del pilotaggio si pone in modi del tutto diversi. La questione democratica è consolidata. La questione comunista è autoliquidata. La questione socialista va recuperata. E’ in officina. Permane tuttavia il problema delle dimensioni ancora massive del radicalismo politico in Italia, presente in lanzhe fasce di società e di società politica. Ouestione non da poco. E’ il lascito della particolare esperienza della democrazia in Italia. Il voto sul referendum sull’art.l8 è la foto2rafia di questa parte dell’Italia. Allora, chiediamoci, in che modo si pone il problema della comprensione prima e dell’intervento poi, nei processi politici in corso? La forma bipolare del sistema politico appare definitiva, ma è sempre in discussione. Il problema della visibilità delle tradizioni politiche nazionali non può risolversi a danno di questo dato di fatto. Il punto è un altro, attualmente i due schieramenti non hanno un centro di gravità riferibile a una tavola di valori e di principi che possano motivare e promuovere una stagione di rinascita politica e istituzionale. In entrambi gli schieramenti vi è il predominio di comportamenti e idee più legate a fenomeni empirici che a convinzioni forti, quasi che il crollo delle ideologie abbia determinato in Italia il crollo delle idealità. In questa congiuntura politica e di pensiero debole, due polarità politico-ideali, quali la Chiesa e il socialismo riformista. possono e devono avere una parte importante nella ricostruzione della stabilità politica del paese. Autorevoli commentatori dell’attività straordinaria di Giovanni Paolo 110 hanno messo in luce come sotto il suo pontificato e in una continuità progressiva con gli orientamenti dei precedenti pontefici, la dottrina sociale della Chiesa abbia assorbito tutte le concettualizzaziùni delle tematiche del lavoro, dell’economia e soprattutto dello scontro sociale nelle società moderne. E tale operazione èavvenuta non sotto la spinta dell’adeguamento lessicale o per necessità di migliorare la comunicazione con la società, ma per la ragione di inserire la parola, la missione e le strutture della Chiesa dentro le dinamiche concrete delle moderne società e dentro i conflitti dell’umanità come si vanno concretamente e drammaticamente svolgendo nel mondo.
Scrive Padre Gesuita Salvini.
Il termine solidarietà, ad esempio
che Giovanni Paolo 11 esalta nella Sollecitudo rei socialis come
risposta autentica e cristiana al fenomeno della interdipendenza, che oggi
chiameremmo piuttosto globalizzazione, non ha un’origine cristiana, ma è
un vocabolo inventato dai socialisti francesi dell’Ottocento in
contrapposizione alla carità cristiana, di retaggio medievale. I documenti
pontifici avevano per tale motivo sempre evitato questo termine che
Giovanni Paolo 11, invece, esalta perché pensa alla sua Polonia, a
Solidarnosc, conferendo nuovo significato ad un vocabolo con origine
polemicamente anticristiana. Quello che vogliamo dire, sottolineando il profilo interventista dell’attuale pontificato, il ruolo morale e politico sulla scena mondiale di questo Pontefice e con lo sguardo soprattutto alla situazione italiana, è che la tradizionale divisione delle competenze (alla Chiesa il magistero spirituale, al partito cattolico il compito di mediare, laicizzare e financo rimodellare il messaggio per adeguarlo alle condizioni contingenti) viene meno. Viene meno perché manca il partito di riferimento dei cattolici e soprattutto perché la redistribuzione lungo tutto lo schieramento politico dei cattolici impegnati in politica non regge allo sforzo di supportare la qualità del tutto nuova della missione della Chiesa. Riprendiamo le parole di Padre Salvini e vediamo come la Chiesa pone la presenza del cattolico nella società e come questi è mobilitato a contrastare le “strutture di peccato” che sono di fatto tutte le forme e le manifestazioni del moderno e della laicizzazione degli stili di vita (l’individualismo, il consumismo, l’autodeterminazione dei percorsi individuali ecc.). Nel magistero della Chiesa, e in particolare nella Sollecitudo rei socialis, si parla di “strutture di peccato “. L ‘enciclica papale riconosce, cioè, che il male nasce dalla cattiveria umana, che, cristallizzandosi e cementan dosi poi in strutture che divengono irreformabili da parte della volontà dell’uomo, agiscono contro di lui e lo condizionano perversamente nel suo agire. E’ fuori discussione che un uso generalizzato della categoria della struttura di peccato e soprattutto in assenza di una mediazione politica può avere un effetto deleterio sugli equilibri delle società complesse, che si reggono per l’appunto sul delicato rapporto: laicizzazione delle strutture civili e spiritualità individuale ma anche delle comunità organizzate. Senza il ritorno della Politica la lotta titanica ingaggiata dalla Chiesa contro “il male che nasce dalla cattiveria umana” può in alcuni casi acuire lo scontro sociale. E’ quindi non solo interesse di una parte ricostruire la mediazione politica, in grado di sterilizzare le estensioni organicistiche delle cosiddette strutture di peccato e allo stesso tempo esaltarne il valore di contributo culturale al servizio del miglioramento dell’organizzazione civile e dei programmi politici dei governi. Le forme della mediazione politica possono essere evidentemente molteplici ma certamente non quelle fornite dal quadro attuale, disperso, incerto, incolore, senza centralità definite. E’ evidente che la ricostruzione della politica in Italia in senso forte e non congiunturale, superando questi tempi di pigra transizione, deve passare per la ricostituzione delle grandi tradizioni politiche nazionali. Ed è altrettanto certo che tale opera di ricostruzione della forza dei partiti in Italia deve avvenire seguendo esperienze assai diverse dal passato, in forme non ancora definite, scacciando velleità di appropriazione indebita di identità altrui e con una forte disponibilità a rimettere in discussione peni importanti della propria storia. Per quanto ci riguarda, il piano di lavoro dell’Associazione è dentro l’orizzonte della ricostituzione critica (e sottolineiamo critica) della storia del socialismo riformista, del dialogo e del confronto con gli interlocutori storici dei socialisti, senza settarismi né pregiudizi, né spirito vendicativo e rivendicativo. L’unica discriminante è l’avversione verso gli atteggiamenti opportunistici e accomodanti, se non servili. Ma pur dentro il riconoscimento della piena legittimità a riproporre la parte migliore della storia politica nazionale, non va perso di vista quello che l’ultimo scorcio del Novecento ha configurato in Occidente, con la sconfitta del comunismo e la vittoria del pensiero socialdemocratico e cattolico-sociale. Da qui discendono ragioni e responsabilità di proporre le ragioni di un dialogo, proiettato non sui tempi corti dell’iniziativa politica ma sui tempi medi della ricerca, del dialogo e della proposta. Dobbiamo promuovere punti di confronto, il comune sentire umanistico e universalistico deve fare premio su vecchi pregiudizi. La discussione deve avere per tema i limiti del capitalismo e la grande capacità espansiva delle soggettività e delle risorse del libero mercato, il laicismo nelle società sempre più secolarizzate ma sempre più deboli nei confronti dei fondamentalismi, la spiritualità che non può essere considerata solo come dimensione del privato, l’espansione delle libertà individuali come nuova domanda sociale, il rapporto libertà e solidarietà, interventismo e liberalismo, sovranità nazionale e mondializzazione. La cultura politica italiana è passata da una forte ideologizzazione a una dimensione esclusivamente empirica, pragmatica. Il vuoto c’è e si vede nell’incertezza dell’incedere politico dei governi e delle opposizioni. nell’incombere degli interessi conservatori, nei pentimenti dei riformisti dell’ultima ora. E’ compito nostro segnalare la contraddizione ma anche avanzare una proposta concreta. L’idea di risollevare nel dibattito politico la questione socialista, abbiamo detto più volte e lo ripetiamo, non ha nulla a che fare con l’archeologia politica, meno che meno con una richiesta di risarcimento. La questione socialista è un contenitore di cultura politica dal quale trarre risorse per far ripartire la macchina delle riforme in Italia. Tocca a noi riprendere la storia, i filoni di pensiero e di esperienze del socialismo autonomista e coniugarli con una prassi che deve attraversare il purgatorio della battaglia culturale per poter confluire nella lotta politica. Dentro la cornice della tradizione giudaico-cristiana (incredibilmente esclusa dalla Costituzione della nuova Europa, ma verosimilmente snobbata dalla tecno-burocrazia di Bruxelles), tradizione che è stata la fonte della più straordinaria opera di civilizzazione e di democratizzazione di tutti i tempi, dentro questa cornice dobbiamo saper collocare la civiltà del lavoro, che è storia del socialismo democratico e riformista. Chiamiamo a questo impegno tutti i veri riformatori. Ma guardiamo anche con interesse alle componenti del pensiero cattolico liberale perché contribuiscano, in autonomia, al progetto di riavvio di un ciclo politico all’insegna del confronto competitivo tra umanesimo socialista e umanesimo cristiano. Dalle relazioni dei compagni Angeletti, Labriola, Manca, Martelli e Signorile, riceveremo argomenti e temi per una ampia riflessione critica che contiamo di poter portare a termine per l’Assise Programmatica di autunno. Mentre altri balleranno il liscio nelle balere dei festival, noi cercheremo di studiare e di aggiornarci.
(i Il nostro obiettivo politico è chiaro e semplice: chiedere a tutte le forze socialiste. ovunque oscurate. di converuere verso una base comune di pensiero e di lotta per affrontare insieme il decisivo scontro delle europee. In Europa la sfida è già in atto tra un centrismo normalizzatore e rassicurante ed una sinistra insicura perché oscillante tra moderatismo di governo e massimalismo di piazza. Questa sfida arriverà in Italia Vogliamo evitare che essa trovi un centro pronto ed attrezzato ed una sinistra com’è oggi: spezzata politicamente e formalmente unita per il potere. Vogliamo liberare il riformismo italiano dal complesso della minorità e vogliamo liberare la sinistra dal complesso della necessità di chiedere una legittimazione dai moderati. La sinistra storica, sia quella di governo sia quella di opposizione non capi la portata universale del crollo del comunismo nell’89 Lo capì la Chiesa. Non so se siamo all’ultima chiamata per farlo capire alla sinistra, ma penso che non avremo molte altre occasioni L’alternativa alla ripresa dell’iniziativa politica dei socialisti è molto limitata: scegliere a quale Chirac affidarsi
Roma, 20 giugno 2003 |