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Oggi vi è una paralisi di tutte le strutture democratiche, dalle istituzioni fino alle forme di associazione tradizionale e la crisi di tutte quelle condizioni che le avevano rese forti in passato e ciò sta a dimostrare quanto sia ridotto lo spazio di partecipazione, pluralismo e quindi di democrazia. Si è iniziato con l’eliminazione di un’intera classe dirigente e soprattutto di molti partiti che erano quelli che avevano impiantato e ramificato la democrazia ed il benessere. E che – nonostante tutto – erano veri contenitori di idee, strumenti di formazione e confronto. Essi, difatti, attraverso la dialettica interna facevano crescere la cultura politica ed il senso dello Stato nelle persone che li frequentavano e vi militavano e, dopo una prima selezione li inserivano nei vari livelli di gestione della cosa pubblica in modo da contribuire alla formazione e alla preparazione diversificata e poliedrica dei loro gruppi dirigenti che era rivolta essenzialmente a poter dialogare con i diversi interlocutori sociali e politici ed a mediare fra tutti gli interessi. Nel contempo questo metodo portava, quindi, frequentemente ad essere verificati e verificabili. Questo grande stravolgimento portò, prima, alla sostituzione dei partiti e dei loro gruppi dirigenti con la cosiddetta “società civile”, non comprendendo che essa avesse in sè tutti i difetti propri di coloro che si volevano sostituire e che – oltretutto – molti rappresentavano solo segmenti senza storia politica e formazione, non avevano cultura collettiva ma erano esclusivamente portatori di singole realtà e/o specificità. Successivamente la rappresentanza fu affidata a movimenti che avevano una frequentazione con la discussione politica aggressiva spesso “corporativa” o conflittuale. Anch’essi rappresentavano una parte della società e non erano pronti a riconoscere le ragioni dell’altro, ma protesi solo ad affermare le proprie, imponevano scelte non condivise dalla generalità. La classe politica, in questi anni di alternanza ha ben rappresentato più una cultura di opposizione che di governo non avendo sperimentato e maturato prima il senso dell’interesse collettivo attraverso una formazione politica di gestione dei vari livelli istituzionali. Oggi, oltretutto, per essere eletti o partecipare alla vita politica, avendo ridotto sia gli spazi per emergere e sia il confronto democratico, si è puntato sulla “leadership” per imporre il decisionismo e per questo le scelte sono effettuate sempre più da un ristretto numero di persone, sia per scegliere chi debba essere inserito nelle liste elettorali e di conseguenza per decidere chi abbia il diritto ad essere eletto. Lo stesso sistema elettorale quello maggioritario - che ha sostituito il proporzionale - ed il collegio uninominale, proprio perché ritenuti “elitari” hanno ancora di più “semplificato” la partecipazione e la ricerca del consenso ed hanno imposto personale politico esclusivamente più visibile, più ricco o più telegenico, con lo stesso metodo della pubblicità che impone al consumatore un prodotto piuttosto che un altro, sancendo la vittoria dell’apparire sul valore dell’essere. Le stesse sedi della democrazia sono state semplificate. Si è imposto il governo del presidente, del governatore, del sindaco che scelgono le figure della rappresentanza esecutiva senza permettere ai cittadini di farlo, come in passato, con il loro voto. Infatti, le assemblee, dove sono presenti opposizioni e maggioranze hanno perso potere decisionale, mentre, viceversa, le giunte dove siedono le sole maggioranze lo hanno aumentato acquisendo competenze esclusive. La stessa impostazione delle modifiche costituzionali, che dovrebbero essere le regole che la comunità si dà e appunto per questo debbono essere condivise da tutti e non imposte dalle sole maggioranze, sono diventate scelte di parte. Tutto questo ha portato “la politica” a perdere in credibilità e i cittadini a sentirsene esclusi. Eppure il bisogno di partecipazione diretta alla vita politica non è morto, ma ha bisogno di nuova linfa. Lo stesso sindacato, essendo venuta meno la possibilità di dialogare con controparti qualificate, è stato costretto a chiudersi in una difesa dell’esistente senza potersi confrontare e, quindi, non in condizione di poter portare avanti un disegno strategico di opposizione o di consenso alle novità e/o alle riforme perché esse non hanno avuto una gestazione, un confronto e poi una proposizione secondo un sentire comune. Oggi, nonostante il sindacato sia ancora uno dei pochi strumenti di democrazia, in cui persone di diverse tendenze partecipano collettivamente alla formazione delle scelte, si tenta, spingendolo in un angolo, a farlo divenire un pezzo di antiquariato. Ecco perché non vi bisogno solo di riproposizione di un modello sociale, ma di far rinascere un bisogno culturale, prima che strategico, che ridia respiro alla dialettica e permetta a tutti di partecipare con le proprie posizioni e successivamente che le scelte di governo dei processi economici, sociali e politici ritornino ad essere partecipate per far sì che le decisioni si prendano, non con la forza della sola maggioranza, ma attraverso il coinvolgimento, nel quale sia riconosciuto il diritto anche alle minoranze di essere presenti e, quindi, di poter contare e verificare. Non è un caso che una stagione di diritti e di libertà civili, sociali e collettive stia perdendo mordente e modernità, come anche l’ultimo referendum ha dimostrato, dove è stata assente proprio la cultura laica che sembrava impaurita nel contrastare il dogma religioso, dimenticando il concetto fondante della nostra Repubblica: la laicità dello Stato Ma vi è ancora spazio per una battaglia di rinnovamento ideale e di libertà delle coscienze e il sindacato proprio per la sua funzione non di difesa corporativa di interessi singoli anche se forti, ma a tutela delle aspettative complessive dei bisogni deboli e diffusi, per la continua ricerca di una società più equa e più giusta, può ritornare ad essere un contenitore di idee e di formazione di gruppi dirigenti e attraverso l’emancipazione dei singoli ritrovi lo spirito collettivo che tanto benessere e sviluppo, in passato, ha prodotto in questo paese. Il rispetto dell’altro, il riconoscerlo alla pari delle proprie idee, il confronto dialettico e pluralista dovrà essere riproposto con un impegno sempre maggiore e con una militanza che dia di nuovo valore al bene comune e alle regole condivise. Per questo il sindacato, strumento collettivo, può riproporsi e far nascere una nuova stagione in cui ognuno ha diritto ad avere la sua sede di espressione, di tutele e di garanzie. In Italia siamo ad un punto di svolta nelle relazioni sindacali e nella gestione della difficile situazione politica ed economica. Emerge sempre più la crisi del sistema industriale e sia sul fronte interno che all'estero il Paese perde competitività, la pubblica amministrazione viene relegata a fanalino di coda con un processo di erosione della capacità di assicurare ai cittadini servizi all'altezza del bisogno. In questi anni si è continuamente destrutturizzata la sua capacità di intervento. I conti pubblici non tornano, ma ciò che più preoccupa è l’inerzia. Prevale un ingiustificato lassismo che da un lato sta lasciando incancrenire i problemi e dall’altro non avanza concrete proposte di sviluppo, innovazione e ripresa dell’economia. Non si avverte nessuna capacità di governare la gestione delle varie crisi, che puntualmente vengono fuori: dalla meccanica all’agroindustria, dal tessile alla chimica, etc. Non si è fatto niente per anni! E dire queste cose è puro e semplice realismo non, come qualcuno dice, pessimismo autolesionista! Il lavoro si perde. Le famiglie denunciano una forte perdita del potere d’acquisto. L’Istat ha sostenuto che nei cinque ultimi trimestri sono cadute le spese ed in particolare quelle riferite ai beni di prima necessità. Mentre i prezzi e le tariffe continuano ad aumentare. Si dice è la logica della globalizzazione, si vuole più flessibilità, si invoca la libertà di mercato Di fronte ad una situazione così difficile e drammatica - come raramente si era potuto registrare - le varie forze politiche, incapaci di avviare tavoli di confronto e di concertazione con tutte le realtà sociali, prigioniere di logiche elettorali preferiscono prefigurare ed avviare uno scenario di contrapposizione e di divisione, incuranti degli interessi generali. Mentre sarebbe più responsabile, se non doveroso, valutare tutti assieme come uscirne e porre il Paese nella condizione di rispondere alla sfida dei nuovi mercati, dei paesi emergenti, dell'Europa dei 25. Comprendendo che non esistendo più "frontiere protette" tutto si gioca a 360 gradi e o si è capaci di rinunciare ciascuno ai propri egoismi, agli interessi di parte, alle tutele corporative dell'oggi e si varano programmi, anche severi in cui tutti con alta responsabilità siano disposti a fare un passo indietro, o il destino di questo paese sembra segnato. Ed il rischio è alto, potremmo retrocedere a livello di "mercato da conquistare", divenendo ancor di più utile solo agli interessi esteri che non creano sviluppo e futuro occupazionale. Di fronte a questo scenario il sindacato, le forze di sinistra non possono abbandonarsi alla logica dell’ineluttabile, devono definire un’appropriata strategia, anche di contrapposizione, per cambiare le cose. Bisogna riprendere il cammino per recuperare risorse, per rilanciare un piano di sviluppo, per creare ricchezza e distribuirla più equamente. Il sindacato ha dato sempre prova di grande responsabilità e in momenti drammatici per le istituzioni, per la democrazia, per l’economia ha fatto la sua parte rinunciando agli interessi di parte per attribuire prevalenza a quelli dell’intero paese. Quindi questo paese ha vinto tante battaglie anche grazie a tante donne e uomini, che vivono nel sindacato, che hanno a volte rinunciato al loro presente per assicurare un futuro migliore ai loro figli. Le forze politiche e sociali, le forze sane di questo Paese devono fare un patto per riuscire a dare una prospettiva nuova al nostro Paese. Il sindacato ha avanzato le sue proposte: da quelle sulla crisi industriale al patto con la confindustria; le nostre richieste sulla competitività; il rilancio degli investimenti; la qualità, innovazione e ricerca; il sistema sanitario e sociale, che risponda con servizi adeguati e di qualità ai bisogni delle persone, compresi i lavoratori e cittadini immigrati. Non vi sono risposte: il Governo, le forze politiche sono occupate a litigare fra loro. Non c’è un processo reale di governo dell’economia, non ci sono proposte concrete per rilanciare il sistema produttivo, per rafforzare i diritti del lavoro e garantire chi viene espulso dal mercato del lavoro. E’ insensato assistere imperturbabili al dramma delle aziende e dei lavoratori, a parlare con tante voci senza preoccuparsi di trovare soluzioni. Il sindacato trova sempre più difficile poter contribuire e partecipare in questa situazione, poiché si vuole negargli il ruolo di interlocutore attivo riconoscendogli capacità di analisi e di proposta idonea al superamento della crisi. E si vuole marginalizzarlo quasi rappresentasse la voce di una coscienza sociale scomoda da ascoltare. Il sindacato deve proporre un suo modello di società, di stato sociale, di solidarietà fra generazioni, tentando di non chiudersi al suo interno o all’interno del nostro Paese, divenendo forza trainante e non trainata in rapporto a schematicità non più valide e riconosciute. Un progetto ed un modello di società ove sia riconosciuto il ruolo del sindacato che, a sua volta, non veda quale unica funzione il rivendicazionismo, ma torni ad essere il sindacato di tutti. Il sindacato dei cittadini. Dei grandi progetti di rilancio che diano certezza al futuro di tutte le componenti di una società più ordinata, più giusta, più pulita. Quindi, come nostra tradizione di noi compagni socialisti, riavviamo il dialogo con chi vuole condividere il nostro percorso -che parte da lontano- apriamo un ampio e franco confronto anche dentro la sinistra per recuperare quello spirito che ha fatto forte in passato la nostra economia ed il nostro Paese. Diamo vita ad iniziative condivise che ci mettano nella condizione non solo di fare scelte strategiche per i prossimi anni, ma che ci pongano nella condizione di scegliere, noi, i compagni di viaggio di un progetto condiviso e sostenuto e con loro costruire quel grande contenitore laico e riformista che può ridiventare il partito socialista. Il vuoto lasciato dalla venuta meno della cultura laica e socialista non solo ha inasprito il confronto e minato le basi per una reale democrazia partecipativa -che oggi và ricostruita- ma ha contribuito all'attecchimento di una tesi da noi soggetti sociali e attori politici, riformisti e laici, considerata “aberrante”, quale quella che il liberismo sfrenato, che il mercato, siano solo essi in grado di regolare sviluppo, democrazia, benessere, prospettive e rapporto di lavoro. Dimenticando l'Uomo e la socialità. Il mondo del lavoro è il terreno più fertile per riconoscere ed applicare la filosofia laica e riformista poiché maggiormente sente l'esigenza -che sovente attua di valori portanti quali solidarietà e collaborazione, propri del riformismo storico. E' attorno a questo pensiero che un ritrovato movimento socialista, insieme ai sindacalisti della stessa estrazione, deve riposizionarsi nella società attuale, ridando smalto ideale e nuove strategie di ampio respiro alla propria azione Non dobbiamo essere timidi nel ricercare nuove forme di presenza e dobbiamo accompagnare un processo di rinnovamento e di modernità del nostro Paese, anche con nuove regole che diano corpo e sostanza alla partecipazione e alla democrazia. Rinnovamento e modernità si possono e si debbono coniugare con confronto e dialettica, per far sì che la società che vogliamo innovare sia l’espressione di tutti e sia soprattutto condivisa, in modo che si possa pensare a ragione che sia un bene di tutti e non di pochi. Ad ognuno il suo ruolo e, soprattutto, bisogna che tutti quelli che credono in questa filosofia di vita riprendano il cammino per ridare fiducia e stimoli agli italiani che vogliono essere rappresentati meglio e vogliono condividere progetti ed idee con l’intento di ricostruire uno stato in cui siano date a tutti pari opportunità, benessere.
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