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Intervento di Rino Formica
All’inizio di questa avventura molti di noi si sono
posti la domanda: oggi il Paese, la grande schiera dei socialisti
italiani, dispersi e smarriti, sente davvero il bisogno di affrontare le
fatiche, i rischi e le insidie per costruire un luogo dove riportare i
socialisti per un incontro fecondo, per farli discutere della loro storia
e della società, per riunificarli intorno ad alcune idee-forza, per
riaprire le dismesse e malridotte officine e i laboratori del pensiero e
della ricca elaborazione riformista al servizio dell’Italia e della
Sinistra?
Abbiamo avuto la forza di rispondere di sì, dopo aver superato una
giustificabile angoscia ed un senso di paura. Questi ostacoli non saranno,
forse, mai definitivamente abbattuti perché è corretto prevedere che un
ennesimo fallimento potrebbe frustrare le aspettative e le rinascenti
attese dei molti che sperano di poter costruire una Sinistra, forte e
riformista, orgogliosa perché figlia della tradizione socialista, vincente
perché libera ed ostile ad ogni settaria diversità.
Abbiamo avuto la forza di rispondere sì perché vogliamo liberarci del
peso dell’autocompiacimento
( aver avuto ragione della storia ) e dell’autocommiserazione (per essere
stati vittime di ingiustizie).
La politica è per gli uomini il terreno di scontro più duro e più
spietato. Si dice che su questo campo ha ragione chi vince e sa allargare
e consolidare il consenso e che le ingiustizie fanno parte del grande
capitolo dei rischi prevedibili e calcolabili.
Abbiamo avuto la forza di rispondere sì, perché vogliamo uscire dalla
retorica del vittimismo, dalle passionalità eccessive ed inconcludenti,
dalle sfide rancorose.
La nostra condizione attuale ha parte delle sue radici anche nel nostro
passato: esplorare e scandagliare la nostra storia politica richiede un
grande sforzo di obiettività.
Il Partito Socialista non poteva sfuggire alla legge che condiziona i
grandi partiti moderni del momento: la loro grandezza è nella forza delle
idee che trasformano la realtà; è nella solidità delle comunità che
conquistano lembi di civiltà, è nella virtù degli uomini che sanno segnare
il loro tempo. Il partito moderno non può dipendere solo dalla buona
stella dei suoi condottieri.
Carisma ed istituzione devono essere in equilibrio se si vuole tenere
sotto controllo il giusto rapporto tra ideale e reale. Dobbiamo
avvicinarci a questo delicato incrocio sapendo che il nostro compito è
quello di rendere il dovuto onore alla storia del socialismo italiano.
All’interno di questa storia vi è anche la vicenda umana dei singoli, ma
nessuno deve pensare che la propria storia è la storia del socialismo. In
questo quadro sarà possibile far valere l’amore per la verità, l’onestà di
giudizio, la volontà di giustizia.
La sinistra residua italiana in questi dieci anni si è esercitata intorno
ad una ardua domanda: è possibile fare a meno dei socialisti per governare
la nuova modernizzazione del Paese?
E’ fallito il tentativo di riconversione in chiave socialdemocratica della
tradizione comunista.
E’ fallito l’innesto di alcune schegge socialiste nel vecchio tronco della
quercia.
E’ fallita l’avventura dell’Ulivo quale frullatore dei riformismi
(socialista, comunista, cattolico).
Dalla disperazione dei socialisti sono nati nefasti rituali di
degradazione, forzate rinunce, inevitabili abbandoni. Tutto ciò ha
generato nelle residue forze organizzate socialiste uno spirito di
presenza-resistenza.
E’ stata, così, scritta una pagina viva, anche se minore, di una storia
decennale di orgoglio,
di generosità, di furbizie, di ingenuità, di velleitarismo e qualche volta
di innaturale avventurismo.
Il panorama che offre la sinistra è desolante. La sinistra oggi è debole
non tanto a causa delle divisioni, della mancanza di un pensiero
strategico, della inconsistenza di un gruppo dirigente.
Non è solo questo a causare l’incredibile leggerezza della Sinistra! La
causa della debolezza va ricercata nella percezione nella maggioranza del
Paese che nella Sinistra e nel centro-sinistra le forze che si richiamano
al riformismo sono state confinate ai margini, sono state battute nello
scontro politico che le ha contrapposte ai massimalismi.
Dobbiamo dirlo, i riformisti nella Sinistra e nell’Ulivo non contano
nulla.
Alcuni giorni or sono, Intini, risvegliatosi dal sonno di una nirvanica
felicità, ha scoperto nell’Ulivo le “tre derive estremiste” ( politica
estera, politica del lavoro, politica della giustizia) ed ha lanciato un
grido di dolore, sprezzamente respinto al mittente da un tale Chiti:
“L’Ulivo, da un anno incapace di porre paletti verso i tre convergenti
estremismi, sembra aver preso le sue decisioni. Ha sostanzialmente scelto
Verdi, Comunisti, dipietristi e girotondisti, ha emarginato i socialisti e
i cattolici moderati, mentre i riformisti dei Ds e della Margherita sono
rimasti intrappolati e minoritari nel cosiddetto Ulivo2. E’ ormai molto
difficile, quasi impossibile, almeno per il momento, invertire la
tendenza”.
Come uscire dalle paludi del massimalismo, dall’irrazionalismo
velleitario, dal fondamentalismo giustizialista e da un neopacifismo per
metà profetico religioso e per l’altra metà mercantile-chiracchiano?
Di una stagione nella quale le ragioni e le dimensioni su una prospettiva
limpidamente liberal-democratica e socialista che per la Sinistra hanno
rappresentato solo una breve parentesi, rimangono soltanto macerie: anche
l’edificio più solido, quello rappresentato dalla unità sindacale, la cui
architettura ha retto un intero ventennio di buona governabilità e
prodotto alti dividendi di benessere diffuso, è stato abbattuto dai colpi
micidiali inferti dal pansindacalismo isolazionista di Cofferati.
Come uscire dal grigiore di questa fase politica, se non riproponendo, se
non ricostruendo quella potente vitalità che è stato il pensiero
socialista, con la sua capacità elaborativa, la carica innovativa fatta di
tradizione senza conservazione e di modernità senza improvvisazione ?
E siano arrivati, cari compagni, al punto.
Alle ragioni del ritrovarci qui oggi.
Sarebbe riduttivo e non conducente pensare che ci ricongiungiamo per
ragionare del passato, della tragedia socialista, dei terribili anni ’90.
Sarebbe ingenuo credere che da quelle macerie, dalle convulse
testimonianze, e da alcuni meritevoli e dignitosi comportamenti
individuali, possa rinascere il vecchio P.S.I.
Abbiamo un obiettivo da raggiungere: provare a far funzionare quell’acceleratore
di idee e di storia che è costituito dal giacimento ideale e programmatico
costituito dal socialismo riformista e autonomista.
Certo che non partiamo da zero, ma dieci anni di vuoto di elaborazione
politica e di assenza come forza organizzata del socialismo pesano su
tutti noi.
Viviamo in una Italia diversa: gli equilibri fra i poteri tradizionali
sono stati rotti. Il mutamento ha interessato punti nodali del sistema che
è stato sconvolto senza che intervenisse una nuova organica
regolamentazione. L’assenza di una ordinata evoluzione del sistema ha
prodotto vuoti e fratture, pietosamente coperti dalle disgraziate risorse
dell’emergenza, dal vincolo estero e dalle sempre più ridicole uscite
bipartisan.
La giornata di oggi non è, e non vuole essere una delle tante giornate
della memoria e dell’orgoglio.
Deve essere la ripresa di un cammino, iniziato da tempo da una moltitudine
di compagni, che deve portare, con metodo e con pazienza, alla
aggregazione delle forze della tradizione e nuove, ma deve avere come
centro la discussione, l’elaborazione, la battaglia delle idee,
l’organizzazione sistematica di centri di iniziativa politica e ideale
diffusa sul territorio.
Lo ripetiamo, vogliamo darci un obiettivo possibile e convincente.
Vogliamo scatenare all’interno della Sinistra uno scontro politico che ha
per posta la centralità della cultura politica del riformismo.
Siamo venuti qui non per accatastare pezzi di una sinistra che si dice
plurale perché sa che è irriducibile ad ogni unità.
Siamo venuti qui per separare la sinistra riformista di governo da quel
cumulo di luoghi comuni, di false prospettive, che furono largamente
utilizzati dal Pci per esercitare una forte egemonia in tutta la sinistra
italiana.
Fu Giorgio Amendola in passato a rompere l’incantesimo della superiorità
comunista con tre articoli su Rinascita (ottobre-dicembre ’64) dal
suggestivo titolo: “ I conti che non tornano, Ipotesi nella riunificazione
e Battaglie unitarie per il socialismo”. Ma il suo coraggio si spense
presto ed Amendola confidò a Nenni che dopo la morte di Togliatti il
partito aveva bisogno più che mai di disciplina, e che il dibattito sul
superamento delle divisioni tra socialisti e comunisti doveva essere
contenuto nei termini accademici. E Pietro Nenni così annotò nei suoi
diari: “Amendola ha potuto solo scatenare due opposizioni, quella
scolastica di neo-leninisti e quella tradizionalista (ed in sostanza
staliniana) dei vecchi”.
Il paradosso ancora incomprensibile, che regola la vita della sinistra
italiana, è la cattiva stella del riformismo.
Ogni volta che si aprono spazi riformisti nella società, nella sinistra si
accentuano le fratture e le divisioni.
Si potrebbe così concludere: non può esservi riformismo istituzionale e
politico nella società senza un serio e continuo processo revisionistico
nella sinistra.
Questa storia noi l’abbiamo vissuta. Noi siamo i padri ed i figli
della primavera del 1976.
Allora, si trattava di rompere l’accerchiamento dei due maggiori partiti;
la Dc ed il Pci!
La Democrazia Cristiana, garante della continuità e dell’autorità
statuale, baluardo della fedeltà atlantica in versione vaticana, i
comunisti eredi della tradizione radical-rivoluzionaria delle masse
italiane e forti per aver grandemente contribuito alla rivolta
antifascista. Entrambi i partiti hanno guidato l’Italia nel dopoguerra,
con le loro culture organicistiche, la forza d’urto delle rispettive
ideologie, degli apparati, con gli interessi contrapposti ma convergenti
su un punto: essere il cemento costitutivo su cui l’intero sistema
nazionale andava a piantare le radici, la struttura culturale ed economica
di riferimento.
Nemmeno il centro-sinistra degli anni ’60 riuscì a corrodere questo
fondamento. Nemmeno i fermenti dell’Italia del miracolo economico
consolidato, delle vitalità espresse dalle generazioni che non aveva
vissuto la guerra e che si affacciavano sui primi scenari della
mondializzazione, nemmeno le domande primordiali ed elitarie di riforme
liberali espresse, insieme, dai ceti politici e dalle figure sociali
intermedie, nemmeno la crisi dello stalinismo riuscì a rompere
l’accerchiamento delle forze e delle spinte riformistiche.
Nel campo cattolico gli investitori del nuovo corso, a poco a poco, si
convinsero che l’accomodamento con l’opposizione comunista sarebbe costato
assai meno, in termini di rischio e di potere, del rilancio in grande
stile della sfida riformistica e di una accelerazione del centro-sinistra
in chiave non comunista.
Nel Pci, il primo centro sinistra stimolò profonde riflessioni, sulle
potenziali capacità di concorrenza dei socialisti italiani e sulle enormi
possibilità consentite dalla presenza dei socialisti al governo, sul
fronte delle rivendicazioni sociali e operaie.
Esse venivano sollecitate e poi capitalizzate a favore di una opposizione
di sinistra chiusa nel recinto di una ideologia totalizzante e dalla
subordinazione al campo comunista internazionale.
Si creò in quegli anni un campo magnetico di straordinaria forza ma dalle
caratteristiche contraddittorie.
Da un lato gli stimoli alla modernizzazione erano forti, socialmente
trasversali, comprendevano non solo le masse operaie e contadine ma
investivano fortemente i ceti medi; dall’altro vi erano forze che
cercavano una quadratura politicamente avanzata dei nuovi rapporti
sociali, disegnando scenari politici nuovi, partendo dall’incontro dei
riformismi possibili, di matrice cattolica e laico-socialista.
Ma dietro questo quadro e al di sopra di questo, il Pci muoveva la propria
strategia per incorporare le spinte sociali e le impazienze giovanili, per
espellere quelle più incompatibili e incomprensibili con la linea del
partito, e per incorniciarle all’interno di uno schema che vedeva il
partito (così come era, per metà rivoluzionario e per metà moderato) come
unico centro di rappresentanza dei ceti progressivi (senza nemici a
sinistra e con docili e bravi compagni a destra).
Il 1976 trova i socialisti schiacciati in questa situazione: da una parte
vengono meno le spinte riformatrici della Dc, sfiancata dallo scontro
sociale e dalle ostilità alle battaglie civili, e dall’altra parte si
afferma la volontà del Pci, di normalizzare il corso politico attraverso
un accordo che riproponga l’asse salvifico dell’incontro tra comunisti e
cattolici.
Al Pci era riuscita l’operazione di far votare per i propri colori i
sessantottini e di rimettere sotto controllo parte del movimento sindacale
post-autunno caldo, ma il terrorismo e l’incubo di una riapparizione
dell’album di famiglia fece avanzare le confuse e pericolose teorie del
superamento della democrazia liberale.
La lunga marcia attraverso le istituzioni praticata dal Pci e conservata
come intuizione metodica e preziosa dal gruppo dirigente storico, non ha
risposto solo ad esisgenze di potere, di allargamento del consenso
all’interno di strutture statuali e ruoli professionali di fondamentale
importanza per l’esercizio del “governo dell’opposizione”. E’ stata la
trasposizione nella pratica politica della vocazione alla statualità,
dell’essere cioè il Pci un Partito-Stato, un Partito (si badi bene) che
non incorpora le parti vitali dello Stato esclusivamente al fine della
sopravvivenza come forza politica egemone, ma incorporandoli istituisce
con essi una dialettica il cui esisto non è affatto scontato.
E da questa dialettica il partito ricava la legittimità all’esercizio del
potere.
E’ esemplare il rapporto del Pci con la magistratura.
Il collegamento è stato intenso e ha coinvolto energie culturali e
materiali (Il Centro per la Riforma dello Stato soprattutto, riviste
specializzate, convegni, commissioni di partito) di cui si dovrà
ricostruire la storia non per curiosità contabile ma per dimostrare
l’intensità e la produttività dell’investimento.
Ed è stato un rapporto privilegiato non tanto per veicolare all’interno di
questa istituzione e della moltitudine degli operatori del diritto una
linea politica, o allargare le basi di massa del Partito in strati
professionali decisivi, ma per organizzare e costruire, assieme con questi
e mai contro, una visione dello Stato e della democrazia senza la quale la
forza del Partito-Stato, l’egemonia culturale del Pci sarebbero state
nulle.
Vi sono stati momenti della vita del Paese, la fase a ridosso del
Sessantotto sino agli anni ’70 ma anche oltre, in cui la cultura giuridica
dominante è stata impegnata a ridefinire il ruolo politico del magistrato,
a ricostruire la figura del magistrato come soggetto politico, non in
quanto portatore di interessi corporativi ma in quanto portatore di
interessi generali, dal momento che il ruolo dell’operatore del diritto è
il più idoneo a reinterpretare dinamicamente le trasformazioni sociali e
la volontà progressista dei ceti più dinamici e dei movimenti impegnati in
una intensa conflittualità sociale.
Quando si parla di ruolo politico del magistrato non si vuole intendere il
semplice processo di politicizzazione, l’invadenza del politico in un
settore particolare delle istituzioni, si intende piuttosto il magistrato
come attore politico in quanto è proprio il suo specialismo di interprete
del diritto e amministratore di giustizia, è proprio l’uso degli strumenti
giuridici a farne un interprete speciale dei bisogni della società.
La politicità del magistrato dunque coincide, è intrinseca al ruolo
interpretativo e creativo della legislazione.
La magistratura deve essere consapevole che l’esercizio semplice della
mera funzione giurisdizionale la ridurrebbe a una dimensione puramente
amministrativa, di funzionario dello Stato.
Pietro Ingrao in un intervento al Congresso di Magistratura Democratica
del 1981 disse significativamente: “ (…) mi interessa Magistratura
Democratica, come prova non solo di un allargarsi dei soggetti della
politica, ma soprattutto delle forme che può prendere oggi il rapporto tra
politicità generale e competenze, fra battaglia politica generale e sapere
specifico”.
Emblematici di quella fase e di quel livello di discussione sono in primo
luogo la riscrittura del diritto del lavoro (metodo poi trasferito ad
altri settori del diritto) che incorpora la conflittualità politica e
sindacale a partire dal ’68; eppoi il complesso delle attività di
contrasto, in termini processuali e legislativi, al terrorismo e alla
criminalità organizzata.
Se con il Diritto del lavoro è avvenuta correttamente una trasposizione
giuridica dei nuovi rapporti di forza tra sindacato e padronato, la lotta
al terrorismo e alla mafia ha determinato una condizione particolare:
dover gestire l’equilibrio tra uso della forza, difesa dello Stato
democratico e la necessità di respingere le tentazioni autoritarie.
Nel mentre la magistratura più politicizzata (ne stiamo parlando sempre in
termini non riduttivi) ritagliava per sé un ruolo di garanzia e di
protagonismo politico e sociale, definendo i contorni della propria
missione e di una visione dello Stato democratico in termini di democrazia
progressiva, il Pci con questi settori dialogava, integrava e cooptava,
respingeva le posizioni più autonome, insomma intesseva una trama intensa
e costante.
Diamo la parola ancora ad Ingrao: “Magistratura Democratica è
un’organizzazione originale, non semplice da catalogare. E’ uno di quegli
esseri complicati che si presentano oggi nella vita politica. Un soggetto
politico-culturale: un’organizzazione quindi impegnata in una battaglia di
trasformazione politica e sociale, e contemporaneamente nella costruzione
di una specifica cultura giuridica. Organizzazione quindi, a forte
‘politicità’ generale, in cui conta però molto lo specifico, la cultura,
il sapere concreto con cui si esercita e si organizza un potere e un
ruolo. Tutto ciò fa di Magistratura democratica un animale complesso”.
E’ del tutto evidente che i presunti attacchi alla indipendenza della
magistratura furono interpretati dal Pci e da Magistratura democratica
come un tentativo di impedire la collocazione sociale, la centralità
sociale del magistrato. Non tanto la militanza in questo o quel partito
poteva impensierire quanto l’indebolimento della figura di mediazione e di
interpretazione sociale e politica. La vera posta in gioco era la
politicità a tutto tondo.
All’interno della cultura comunista hanno avuto forte peso posizioni
(come quelle di Pietro Ingrao) in cui sono stati valorizzati e sollecitati
tutti i momenti in cui la politica fuoriusciva dalle sue sedi classiche (i
partiti, i sindacati) e si organizzava nei corpi intermedi della società:
i Consigli di fabbrica, di quartiere, di base, le forme di autogoverno,
l’autonomia del magistrato. Spazi intermedi non solo di organizzazione ma
anche di produzione di cultura politica che avrebbe dovuto sostituire il
vecchio sistema dei partiti.
Il velleitarismo di quelle posizioni (nell’81 Ingrao parlava di
“costruzione di un blocco attorno alla egemonia della classe operaia”,
quando il Psi era esplicitamente collocato su un terreno di
modernizzazione dei rapporti sociali e politici), l’astrattezza di quelle
idee-dicevamo- combinate con il cinismo di chi ha colto la debolezza delle
forze politiche in una fase delicata di crisi della Prima repubblica e che
ha utilizzato (direttamente o indirettamente) il protagonismo politico di
alcuni magistrati (presentati come alter ego dei Partiti), ha portato alla
situazione che conosciamo.
In conclusione le vicende di Tangentopoli non sono il frutto di accordi
scellerati di un momento, del complotto pensato nell’oscurità da parte di
furbi e giacobini. Lo svuotamento e la distruzione dei partiti viene da
lontano. Fa parte di un patrimonio culturale che è stato molto forte e
invasivo, che ancora in parte perdura, e contro cui noi socialisti
dobbiamo continuare un’adeguata iniziativa di riflessione.
Nelle istituzioni si sono affermate culture diverse che superano e
modificano la natura della democrazia parlamentare.
Non dico che sia un bene o un male, ma non si può fare finta che non sia
avvenuto.
Sui temi della giustizia mi interessa poco la discussione sulla
separazione delle carriere, invece mi appassiona sapere se quando parliamo
dell’indipendenza della magistratura ci riferiamo all’indipendenza dei
magistrati a indagare e a giudicare (cosa giusta) o all’affermarsi di un
nuovo potere politico democratico.
La crisi dei partiti ha favorito e favorisce questo processo di
trasformazione dei poteri neutri e di garanzia in soggetti politici senza
legittimazione democratica.
L’egemonia culturale del Pci ha inciso profondamente nell’assetto
istituzionale del paese.
E’ su questi temi che il chiarimento a sinistra deve essere netto e
duraturo.
L’alba degli anni ’80 ha luce nei grandi mutamenti internazionali: la
irreversibilità della crisi del campo comunista non è utilizzata dal
socialismo dal volto umano e democratico, ma è sfruttato dalla destra del
mercato che punta al superamento del compromesso socialdemocratico dello
stato sociale.
Il sistema politico italiano subisce il vitalismo socialista ma non lo
sostiene. Il mal sottile del compromesso, dello stare insieme,
dell’assistere tutti, dal cassintegrato al Signor Agnelli, sfibra
l’Italia.
Negli anni ottanta nei socialisti vi fu una sottovalutazione della
dirompente proposta politica della Grande Riforma.
Tra governabilità e Seconda Repubblica, si scelse la governabilità. Craxi
onestamente lo disse al Congresso di Bari citando La Malfa: egli non
poteva e non voleva osare perché era figlio del sistema.
Ma il sistema non poteva non cadere perché l’organicismo della Dc e del
Pci, sul quale si fondava l’equilibrio politico, era già in crisi negli
anni ’70.
Noi non sapemmo cogliere la spinta innovativa che Cossiga aveva dato al
Paese con il messaggio alla Camera nel ‘90. Da quel momento gli errori
sono stati inevitabili, perché erano nati da quella cecità.
Negli anni ’90, nel Paese, la classe dirigente di terza generazione
post-bellica sostiene il suo esame di guida.
E’ una generazione nata stanca: allora tutto scorreva facile: gli studi,
l’ascesa sociale, le carriere si snodavano con scarsa fatica e diffusa
cooptazione. Fu così che nei partiti il gruppo dirigente diventò casta per
poi trasformarsi in ceto e la militanza fu di devoti e di non credenti.
I partiti accettarono la loro liquidazione e furono sostituiti da tecnici
istituzionali, già brillanti dottori del sistema, e dai
professionisti-imprenditori; conoscitori esperti dei giacimenti pubblici
da privatizzare.
L’alba della seconda repubblica diede subito il passo alla notte della
transizione.
La transizione che non finisce mai ha travolto la diafana seconda
repubblica, fondata sulla crisi della politica.
Ma oggi torna insistente la domanda della politica.
Ma come è possibile tornare alla politica senza fare ricorso alle grandi
correnti culturali che hanno irrorato il pensiero maturo delle
tradizionali forze politiche?
Nelle attuali espressioni politiche sopravvivono lembi residui del passato
in una poltiglia di improvvisazioni, di irrazionalità, di rivoluzionarismo
irriflessivo e di una docilità alle mode culturali ora di destra e ora di
sinistra, rese più gradevoli dal profetismo religioso.
In questi dieci anni l’eclissi socialista ha disarmato l’Italia. L’Italia
balbetta dinanzi al ventaglio dei problemi nati dalla crisi internazionale
e non offre risposte convincenti sui temi infuocati: l’assalto
all’Occidente, il rapporto tra globalizzazione e democratizzazione, il
consolidarsi di un nuovo diritto internazionale basato sulla guerra
preventiva e lo “ ius democraticum”; il sovrapporsi del vecchio dualismo
(ricchezza e povertà) al nuovo (democrazia e totalitarismo); la natura
pericolosa del multipolarismo antiamericano.
In questo vuoto della politica italiana si coltivano le piante di nuovi e
diversi poteri: le burocrazie politiche e sociali e la tecnocrazia
economica, finanziaria ed accademica.
La latitanza della sinistra e l’opacità della destra ci annunciano uno
scenario non rassicurante: la corporativizzazione della società che
porta alla crisi dello stato sociale, e la corporativizzazione delle
istituzioni che prelude alla crisi dello stato democratico.
La crisi del blocco elettorale e sociale della Casa delle Libertà è un
passaggio obbligato per liberare le immense forze vitali che il ventre del
paese custodisce.
Ma ciò non sarà possibile se non si verificherà un chiarimento profondo e
impietoso a sinistra.
La distinzione tra sinistra di governo e sinistra antisistema non può
essere visibile solo nel chiuso della tavola rotonda, deve apparire chiaro
nei partiti e tra i partiti di sinistra, nei sindacati, nella distinzione
tra ruolo dei partiti e vita dei movimenti.
Sappiamo bene che lo schema tradizionale del vecchio partito non c’è più e
che andiamo verso una pluralità di esperienze territoriali e verso il
giardino dei cento fiori delle idee.
Ma dobbiamo trovare con pazienza e con costanza i punti di aggregazione
successivi: la casa comune dei socialisti è la precondizione per la
casa comune della Sinistra Riformista.
L’Associazione Socialismo è Libertà è fatta da uomini liberi per una
comunità libera.
L’appartenenza dei singoli compagni a formazioni politiche e
sindacali diverse non rappresenta una difficoltà per l’Associazione, può
solo costituire un problema per i singoli associati: spetta a loro
valutare il limite entro il quale è possibile rendere compatibili le
proprie ragioni ideali con i comportamenti pratici richiesti dai partiti e
dai sindacati.
Noi chiediamo un solo impegno che è morale più che organizzativo:
ricercare sempre la coerenza tra le nostre idee ed il nostro agire.
Svilupperemo presto un programma di lavoro per essere presenti nella
battaglia delle idee e per far rivivere sul territorio le antiche
passioni.
Vorrei chiudere, come mi suggeriscono i giovani che si sono impegnati in
questa nostra avventura, con le parole dei cantautori che sanno parlare
alla sana gioventù:
“Oltre i muri che vedi andando avanti, fra i
discorsi invidiosi e arroganti,
le cose che senti nel cuore non rinnegarle mai
sono fragili ma possiamo difenderle se voleranno
in alto i nostri pensieri
più limpidi”.
“Non ci sono percorsi più brevi da cercare, c’è
la strada in cui credi e il coraggio di andare”.
14.03.03 - Assemblea soci fondatori
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