Contributo di: On. Claudio Signorile
 

1. Se il socialismo viene identificato con una realtà storica definita ed attuata nelle esperienze di governo della social-democrazia o nella deviata versione del "socialismo reale", esso ha perso la sua capacità propulsiva e di rinnovamento, e si è già avviato ad un declino repentino (le esperienze comuniste) o graduale (la social-democrazia), ma comunque espressione di un fenomeno storico in fase di conclusione.

E' comprensibile quindi perché venga avanzata in forme diverse ed articolate, ed a livelli diversi di autorità e rappresentatività politica e culturale, la proposta di separare le prospettive della sinistra, dal socialismo; perché questo finirebbe per rappresentare un passato che sopravvive alle sue ragioni storiche, ed al quale si può fare riferimento per singole esperienze e valori, ma senza continuità di progetti ed obiettivi.

Si fa avanti una "nuova sinistra" che vuole sentirsi libera da pesi ideologici e da nessi politici con il passato anche recente, e vuole poter scegliere i propri riferimenti ideali e programmatici in un contesto assai ampio ed assortito, avendo come parametro principale la modernità e la pragmaticità ed efficienza delle soluzioni politiche e di governo.

La "nuova sinistra" è pluralista ed aperta; è fondata sulla ideologia della modernità; è quindi un "partito dei moderni" i cui valori sono nel presente, e che esprime la fisiologia politica di fasce sociali che non hanno bisogno di coscienza e di memoria, perché vivono nella attualità mobile di un mondo mediatico e virtuale.

Ma ogni ideologia della modernità è senza radici sue proprie, e si sviluppa nelle fasi di transizione, quando i protagonisti storici dei conflitti di "civiltà", stanno cambiando, e nella incertezza dei riferimenti non è ben chiaro dove sia l'alba e dove il tramonto.

L'operazione politica di costruire su queste basi una "nuova sinistra", separata dal socialismo, sarebbe fortemente oligarchica nella sua struttura concettuale ed elitaria nella sua realizzazione pratica; ma soprattutto sarebbe storicamente effimera e politicamente riflessiva: cioè modellata dalla realtà che si vorrebbe invece modificare.

La sinistra è una " visione del mondo" che dà senso complessivo al versante della storia nel quale si sceglie di vivere la propria vita individuale; il Socialismo è una delle civiltà che hanno fatto la storia del mondo negli ultimi due secoli. Non è questa una precisazione di poco momento.

La consapevolezza di questo processo, la coscienza della maturazione del Socialismo da sistemi politici di governo a "civiltà", ci porta ad un altro livello di riflessione e di approfondimento, liberandoci dai confusi antagonismi e dagli ambigui miti del nuovismo, e dalla acritica e piatta difesa della continuità.

Possiamo allora parlare di un'altra sinistra, che trovi le sue giustificazioni e le sue radici nel presente da vivere e nel futuro da costruire, dando identità a quella voglia diffusa di libertà e giustizia, per tutti gli uomini e non soltanto per chi ne ha la forza, che segna il versante della storia nel quale vogliamo stare.

I risultati ottenuti in questo periodo storico dalla cultura dominante nella sinistra ed in particolare nel socialismo democratico, sono importanti nelle società industriali, (assai meno nei paesi emergenti e nelle aree di sottosviluppo); questo giustifica la forte resistenza al cambiamento e la grande difficoltà sia per la sinistra che vuole identificarsi con le istituzioni (anche il sindacato confederale è una istituzione sociale), che per la sinistra antagonista, a misurarsi con il declino di un sistema di istituti, rapporti economici, relazioni sociali, programmi che ha segnato la storia delle democrazie occidentali, ma che sta perdendo la sua spinta vitale ed è sempre più sentito come un sistema di protezioni e divieti.

La principale conseguenza di questa difficoltà è la crisi della sinistra storica (socialdemocratica e non) nella capacità di elaborazione e nella raccolta del consenso. Ma in particolare è in crisi la sinistra che non ha dato priorità alle libertà, creando le condizioni per una diffidenza generalizzata nella società, che ancora permane.

In tutto questo è visibile il tendenziale passaggio del testimone della modernità, della innovazione e della libertà come valore qualificante, ad un'area politica e culturale di centro­destra, nelle sue diverse espressioni.

2. La libertà positiva è un progetto di civiltà: ma un modello sociale e politico fondato sulla libertà positiva non esiste ancora.
L'impegno del centro-destra, è debole nelle sue premesse, è contraddittorio nelle sue proposte.

I tentativi di elaborare qualcosa di valido nella sinistra sono ancora incerti (la "terza via"); parziali e sostanzialmente velleitari (il "terzo settore"); fuori dal tempo (il restauro del liberal­socialismo).
Perché è oggi possibile parlare della
libertà positiva come riferimento di un modello sociale e politico in divenire?
Le ragioni sostanzialmente sono tre: la crisi di una civiltà fondata su ideologie chiuse, finalistiche e contrapposte, che si sono identificate con la teoria e pratica dello Stato e del potere politico; le trasformazioni dei modi di produzione e la nuova dimensione dell'individuo, misura attiva delle mutate condizioni di globalità e di localismo; l'affermazione della
società dei cittadini e la nuova conflittualità, basata sulla realizzazione dei diritti, sulla contestazione dei privilegi, sulla lotta degli esclusi.
La
libertà positiva è un nuovo terreno di conflittualità, di scontro politico, di dialettica sociale. Se la cittadinanza è il risultato della quantità di diritti soggettivi (Libertà di), che deve essere uguale per tutti coloro che vivono nel mercato e nelle istituzioni civili e politiche, l'attuazione della libertà positiva è una conquista continua che limita il mercato ed il potere, man mano che si realizza la persona ed il cittadino.

Il potere tecnocratico viene sconfitto se la politica democratica non accresce il bisogno di Stato, ma allarga la cittadinanza nella società civile, senza esclusioni e privilegi.

Non il giustizialismo, ma la giustizia giusta; non 1'emarginazione, ma la tolleranza (valore proprio del socialismo umanitario).

Ne deriva una concezione della politica che non si esprime con vincoli, limitazioni, difese, ma con una costante spinta al nuovo ed al meglio.

I diritti dei cittadini, il primato della persona non sono una generalità neutrale, un principio astratto da usare come riferimento. Sono invece un filo conduttore di scelte politiche, di programmi di governo, di piattaforme rivendicative sociali e sindacali, di riforme istituzionali, di battaglie culturali e civili che si riassumono nella lotta per la Libertà di essere cittadini; per la Libertà di affermare il primato della persona: in tal modo assume concreta dimensione storica la libertà positiva, che riassume in sé battaglie e valori del socialismo democratico e del cristianesimo sociale, dei radicali e dei laici, dei libertari e dei liberali, dando fondamenta solide e vitali ad un' altra sinistra.

La rinascita della sinistra come forza capace di interpretare i processi storici del cambiamento ed esserne parte attiva e dirigente, passa dal rinnovamento della sua cultura politica e civile, dalla capacità di esprimere un progetto di società che abbia nella attuazione della libertà positiva il suo fattore qualificante, il segno di una civiltà in trasformazione.

Per parlare chiaro, non basta più giustificare la propria esistenza con la tradizione politica e la conservazione organizzativa; il diritto ad essere una "alternativa" lo si conquista rimettendo in discussione il proprio ruolo e rappresentatività, per costruire nuove prospettive.

Le sinistre che oggi conosciamo non hanno fatto questo, e non esauriscono nella loro esistenza le potenzialità della sinistra italiana.

La "sinistra antagonista", che ha il riferimento politico in Rifondazione; la "sinistra nelle istituzioni" che ha il suo riferimento nei Democratici di sinistra, finiscono per rappresentare una parte, delle possibilità presenti.

Esiste un grande spazio per un'altra sinistra, fondata sulle libertà e sulle responsabilità, che possa esprimere un progetto di società ed una moderna cultura di governo, non vincolata da tabù ideologici e letture conservatrici dei processi sociali; che possa lavorare per una non pretendendo di sostituirsi al centro o di inventarne uno di comodo;che non consideri il bipolarismo, l'unica forma di espressione del sistema politico democratico.

Questa sinistra che vive nelle coscienze di tanti cittadini deve avere visibilità ed identità politica e culturale. Ad essa fanno riferimento le diverse anime del riformismo italiano: socialisti, liberali, radicali, cattolici, ambientalisti. Nei suoi principi ed obiettivi, possono riconoscersi le nuove realtà espresse dalle trasformazioni sociali e culturali in atto.

In una società della conoscenza, l'informazione diventa ancor più essenziale nella formazione delle opinioni e delle scelte politiche. L'effetto "nebbia" che da essa può promanare sui processi di innovazione e cambiamento attraverso i silenzi, le omissioni, l'autocensura e la censura strisciante, giustificano le battaglie per più elevati gradi di libertà nella informazione; ma soprattutto valorizzano la scelta per nuovi sistemi di comunicazione e confronto, che consentano una costante e diretta conoscenza e partecipazione alla formazione delle opinioni e delle decisioni. La politica on-line rappresenta un accrescimento di qualità e partecipazione alla democrazia; una net-left, una sinistra che si organizza e decide anche via Internet, è una espressione diretta della libertà positiva.

Questa sinistra non chiede abiure, mutamenti nella appartenenza, nuovi partiti, ma una chiara collocazione nella cultura politica e civile in favore della libertà positiva; perché il cambiamento deve avvenire nel profondo delle coscienze ed investire comportamenti, programmi, metodi organizzativi, e gli stessi protagonisti collettivi della politica.

3. La concezione della libertà si è modificata in relazione al mutare delle condizioni politiche e sociali che hanno caratterizzato la storia della civiltà occidentale. Va sottolineato questo limite geo-storico, perché è nella cultura occidentale che la libertà ha assunto quei significati specifici e quella forte dimensione pratica che 1' ha resa riferimento di ogni ideologia politica.

Liberalismo e Socialismo, sono stati nella seconda metà del secolo XX i due grandi sistemi politici e di pensiero che si sono confrontati sulle prospettive e sui destini dell'occidente: ambedue hanno fondato su una particolare concezione della libertà i loro programmi ed obiettivi; ed ambedue hanno elaborato una teoria della libertà nella quale trovavano giustificazione ideali e valori (eguaglianza, solidarietà, individualità) che modificavano ed arricchivano significati ed implicazioni politiche della libertà stessa.

Le vicende politiche degli ultimi venti anni hanno riproposto in termini nuovi la libertà come riferimento principale nel dibattito dottrinario e politico, perché la caduta del sistema comunista internazionale, è stata sentita come la sconfitta della libertà nella sua attuazione "socialista"; questo, per converso, ha riproposto come vincente sul terreno della dottrina politica ma anche della attuazione pratica, la libertà "liberale", cioè quella teoria della libertà sviluppata ed applicata dal liberalismo.

La semplificazione estrema che l'opinione corrente ha accettato nella evoluzione della concezione della libertà, ha consentito un imbarbarimento del dibattito ed una volgarizzazione dei suoi significati pratici e teorici, che rende fortemente insoddisfacente lo stato delle cose.

Il collegamento diretto della libertà con i fenomeni della politica nel loro andamento ordinario, rischia di privare di riferimenti alti il confronto delle idee, aumentando la confusione e l'incertezza negli orientamenti e nelle finalità.

Se la libertà non è di per sé uno specifico del quale ci si possa impadronire come strumento di parte nella lotta ideologica, (ed abbiamo visto come esso determini la struttura dei grandi sistemi politici), affrontare una storia della libertà, vuol dire sforzarsi di cogliere il filo di continuità della vicenda storica dell'occidente e nello stesso tempo la spinta dinamica che ha reso questa storia dominante nella vicenda mondiale.

Le tensioni del presente e gli schemi di riferimento teorico "insoddisfacenti", costringono ad un rinnovato interesse verso il passato sentito come prossimo; verso le origini del moderno, la cui identità si avverte essere ancora confusa ed indeterminata.

E questo il senso della improvvisa ritrovata popolarità del dibattito sulle due libertà di I. Berlin; della libertà come giustizia ed equità di Rawls; della libertà come impegno sociale di Amartya Sen; e via via dei contributi di diverso livello e qualità espressi dalla cultura accademica e non, tutti impegnati a rielaborare una idea di libertà che tenesse conto delle vicende storiche recenti, e della vittoria del liberalismo sul socialismo; in particolare della vittoria della libertà "liberale" sulla libertà "socialista".

In questo modo vanno valutati quei contributi, numerosi e significativi, che hanno accettato lo schema delle due libertà (libertà da e libertà di), per costruire sul concetto di libertà negativa una proiezione dell'avvenire del liberalismo inteso come non interferenza in un sistema di regole; e costruire sul concetto di libertà positiva una riduzione dei valori del socialismo a contenuti di giustizia sociale.

In realtà nella eleganza del ragionamento degli analisti del linguaggio, se vengono ricondotti a rigore logico i fattori complessi che compongono il "concetto" di libertà, e che danno spessore e profondità alla "concezione" della libertà ed al suo uso storico, non si riesce a dare ragione del carattere primario della libertà come "valore" nella identificazione dell'uomo storico; del perché la libertà non sia interamente risolta nel susseguirsi delle vicende nel processo sociale; della contraddizione della libertà come stato naturale e come condizione artificiale.

In sintesi la storia della idea di libertà diventa (e non potrebbe essere diversamente) la storia delle concezioni della libertà in riferimento alle condizioni politiche, sociali e culturali che ne determinano la realizzazione nella vicenda storica della civiltà occidentale.

Per questo libertà positiva e libertà negativa diventano bandiere di schieramenti; e la loro involontaria assunzione di caratteri di appartenenza ne trasforma il significato, che viene appesantito dalla introduzione di giudizi che sono il risultato delle vicende politiche degli schieramenti di cui sono riferimento.

Così la libertà "negativa" è sempre meno legata alla tutela delle libertà individuali come fondamento di una organizzazione sociale, e la "non interferenza" sempre più si adatta al funzionamento del mercato globale e alla sua vittoria storica sul dirigismo e sulla pianificazione. E la libertà "positiva" paga il prezzo della fine delle ideologie teleologiche e delle loro degenerazioni politiche, ma anche sconta in termini di credibilità la crisi dello Stato sociale, interventista e pianificatore.

Ma la libertà "negativa" per garantire l'ambito della "non interferenza" nella condizione dell'individuo come nei processi economici, deve realizzarsi in un sistema di regole, e quindi intervenire nelle condizioni di vita, nei processi sociali, nella dinamica istituzionale, nei conflitti primari di un organismo associato; essa non è neutrale, ma finisce per rispondere a finalità consapevoli e non dichiarate, che accompagnano l'affermarsi delle priorità e dei poteri più forti lungo la linea di minore resistenza negli equilibri sociali.

La concezione "neo-liberale'' della libertà, diventa in realtà il manifesto politico della "libertà dei più forti", nella dimensione contemporanea del mercato globale e della società della comunicazione; e questo, capovolge concetti e valori che sono all'origine del percorso storico della libertà "liberale", e rende ancora più confuso ed incerto il quadro dei riferimenti per la presa di coscienza della realtà presente.

4. D'altro canto l'offuscamento della "libertà positiva" come riferimento primario nella produzione concettuale e politica della cultura di sinistra, lo si rileva dai tentativi di elaborare qualcosa di valido dalle rovine delle ideologie pianificatrici e teleologiche, e dalla crisi dello Stato sociale nella sua costruzione storica social-democratica e liberal-democratica.

La " terza via" è in realtà un confuso ( ma anche stimolante) patchwork di idee ed obiettivi che può essere piuttosto una testimonianza della crisi della sinistra che una base del suo rilancio.

Il "terzo settore" è una parziale ed abbastanza velleitaria ipotesi di una possibile sinistra sociale, comunque improbabile come protagonista principale di una nuova stagione politica. Il restauro del "liberal-socialismo" è fuori dal tempo, e si basa su una riproposizione di termini ai quali manca una base di contenuti e di oggetti compatibili col presente.

In realtà la sinistra paga con le sue attuali incertezze e la debolezza teorica, 1'aver identificato da un certo periodo della sua storia, nello Stato e nelle istituzioni pubbliche il protagonista principale della "libertà positiva", legando questa teoria della libertà alle dottrine del potere. Questo legame "libertà-potere", risolto nel primato dello Stato come realizzatore delle condizioni di libertà, è stato il filo conduttore delle vicende della sinistra, con esiti alla fine diversi e fortemente conflittuali.

Abbiamo vissuto la costruzione (ed il collasso) del sistema comunista, nel quale lo Stato è diventato totalitario in nome della "libertà socialista", che è la realizzazione dei valori della libertà egualitari per tutti e quindi soppressivi della libertà individuali; la evoluzione (e la crisi) dello Stato sociale del programma social-democratico, nel quale lo Stato ha realizzato per tutti il sistema di garanzie che rende l'uomo protetto "dalla culla alla bara" e rende libera la democrazia politica; lo Stato interventista (e velleitario) del progetto liberal-democratico, nel quale l'azione dello Stato ha garantito i minimi sociali, favorito con politiche economiche mirate la produzione di ricchezza e socialità, operando anche con interventi sostitutivi di soggetti economici pubblici.

Viviamo in questi anni le crisi (perché diverse nelle motivazioni ed esiti) di queste esperienze storiche: i risultati sono nei fatti, e non serve alla economia di queste riflessione un giudizio storico ragionato. Soltanto va ribadita la incompatibilità della degenerazione comunista con le esperienze, comunque fra loro compatibili, della social-democrazia e dei liberal-democratici. Quello che è indispensabile affermare è come l'esperienza storica della sinistra, allentati i legami con le sue radici antiautoritarie ed antistataliste, abbia perso i riferimenti con la teoria della "libertà positiva", che essa in realtà ha distorto e mistificato.

Infatti alla base della "libertà positiva" ci sono due fattori riconducibili all'individuo, indispensabili per comprenderne la forza di attrazione: l'autodeterminazione ( cioè non essere diretti dall'esterno); la capacità (cioè poter fare).

Questi fattori rendono chiara la relazione fra libertà individuale e libertà della comunità alla quale si appartiene, e non annullano nella Stato i poteri ed i diritti dell'individuo e della sua comunità primaria.

Sarebbe stata ben più difficile la degenerazione comunista, ma anche l'ossificazione social­democratica e la indeterminatezza liberal-democratica, se nella sinistra fosse rimasto forte il legame con queste radici culturali della "libertà positiva".

5. Il primato della libertà positiva richiede una rinnovata cultura di governo che non riguardi soltanto il ceto politico. Questa cultura è il federalismo, inteso come "foedus", cioè patto di corresponsabilità fra individui. Non la delega assoluta espressa nel contratto sociale e la conseguente sottomissione alla volontà generale, ma un patto sugli obiettivi, sugli strumenti, sui metodi, sulle finalità, nel quale l'individuo sociale conserva la sua autonomia e responsabilità.

Le istituzioni statuali si avviano ad esercitare un ruolo prevalente di garanzia e di orientamento in una società nella quale, ai tradizionali processi di massificazione, si va sostituendo una pluralità di attori del processo sociale, di comunità, di soggetti autonomi che rifiutano gerarchie e deleghe di potere.

Ma questa crescita delle autonomie sociali e territoriali, questa appropriazione "civile" di ruoli e compiti che sembrano esclusivi della "politica", rende necessario che la cultura federalista di governo pervada tutti i momenti attivi di una società in trasformazione, determinando il primato sul contenitore esterno (le istituzioni politiche), della coscienza civile e politica dell'individuo che agisce come cittadino.

E' questo il significato profondo del federalismo: l'individuo sociale si fa Stato.

Uscire bene da una lunga esperienza statalista, nella quale lo Stato ha protetto la società, non è facile se non si prende coscienza che l'appropriazione di funzioni di governo esercitate prima dallo Stato, comporta la necessità di dare risposta alle tre domande: "come? con chi? quando?" che sempre accompagnano le decisioni e le responsabilità a fare.

Questo vale ad ogni livello: dai sindacati alle aziende; dalle autonomie locali alle associazioni di interesse e di valori; dalle università alle strutture territoriali, sino al singolo individuo, la cui libertà è un risultato, non una premessa; una responsabilità, non un arbitrio.

La socialità è un valore irrinunciabile della democrazia: finito il periodo dello Stato come garante assoluto, la socialità va realizzata nel processo economico e nella vita associata, attraverso la corresponsabilità ed il patto fra gli individui.

Dal "Welfare State" si deve passare alla "Welfare Community", intervenendo sul tessuto della convivenza, sulla rete di sostegno ai più deboli, sulla qualità delle relazioni che ricompongono una condizione sociale frammentata.

La crescita di una nuova cultura federativa di governo, nella contestuale crescita della coscienza e del ruolo del cittadino, non avviene in modo spontaneo, rapido ed indolore, perché vengono meno certezze e consuetudini che rendevano collaudato ed efficiente un sistema di relazioni ed un metodo di decisioni.

Libertà positiva vuol dire che un numero crescente di individui sociali vogliono diventare attori nella società per migliorare la propria vita perché:

- sentono che per questo non valgono più le risposte univoche, ideologizzate, gerarchiche;

- sentono come ritardo o addirittura ostacolo, istituzioni che fino ad oggi servivano a dare queste risposte (partiti, sindacati, associazioni);

- avvertono che le risposte debbono essere differenziate, perché vengono da molteplici protagonisti del processo sociale, e quindi cercano nuove forme di transazione e di contratto sociale.

In questa realtà in forte movimento, si stanno ricostruendo i nuovi rapporti di credibilità, di efficienza e soprattutto di legittimità; ed è questo che porta a ritenere l'evoluzione federativa della democrazia come un processo irreversibile, risultato di un mutamento profondo delle coscienze e dei valori.

Soprattutto a livello europeo (ma anche nella realtà nazionale), è necessario individuare nuove forme di organizzazione delle istituzioni che consentano la compatibilità e sussidiarietà di sovranità diverse, che non si escludono ma convivono, come anche puntare all'obiettivo di rappresentanze e di governi che siano espressione diretta dei cittadini.

In questo modo sta assumendo coscienza finalmente attiva il nuovo europeismo, e l'Europa Comune può assumere una dimensione pratica e finalizzata ad un progetto democratico di ampio respiro.

Nella cultura federalista di governo che si estende nella società, c'è la volontà di migliorare la propria vita ma anche la consapevolezza dei vincoli di compatibilità; la necessità di realizzare transazioni con gli altri, ma attraverso costi sociali convenienti; la esigenza di dare vita a nuove forme istituzionali ed organizzative, ma perché rendano più efficace e trasparente l'esercizio della democrazia e concreta la partecipazione del singolo al processo politico.

La riforma della politica si realizza partendo dal territorio, dagli interessi della comunità, dalla coscienza delle persone. La stagione del confronto fra i grandi soggetti politici, che volge al termine, ha dimostrato che muovendosi dall'appartenenza non si va al di là di una modesta razionalizzazione del passato e dell'esistente; mancano le spinte propulsive, la capacità di coinvolgere e mobilitare chi non "appartiene" già al mondo della politica.

Viviamo in uno scenario di grandi verifiche con la storia che deve essere affrontato con forti idee guida, capacità progettuali, coraggio nella costruzione dei soggetti collettivi, protagonisti di un percorso di riforme necessario ed impegnativo.

Il primato della libertà positiva come valore di riferimento deve poter sviluppare tutte le sue conseguenze pratiche, attraverso alcune fondamentali scelte che rovesciano gli attuali rapporti: - la "centralità" del cittadino rispetto alle istituzioni;

- il "primato" della persona rispetto allo Stato (che è alla base del vero federalismo); - la "socialità" come parte qualificante del processo economico e della vita associata; - il "progetto" come cultura di governo e fattore aggregante nel sistema politico.

La società che vogliamo non deve lasciare alle nuove generazioni soltanto richieste da avanzare, rimpianti per occasioni perdute, assenza di prospettive; deve invece legare le nuove energie di una democrazia ad un "progetto" per il quale battersi, ed al quale valga la pena dedicare una parte della propria vita: un forte patto fra generazioni tale da suscitare energie e passione civile.

Obiettivi lontani ed una utopia generale sono necessari, ma non bastano: serve una prospettiva che sia legata alla comunità in cui si vive, al territorio che si abita, al lavoro che si svolge.

La democrazia federativa è la cultura politica del nostro tempo.

Il nucleo familiare, la comunità primaria di appartenenza, sono mattoni necessari ma non sufficienti a costruire l'identità di cui abbiamo bisogno. Occorrono identità collettive, sufficientemente ampie e consistenti da essere protagoniste nell'età della globalizzazione; ma anche di dimensioni tali da consentire all'individuo la visibilità dell'orizzonte ideale e pratico che ne segna i confini.

I nuovi soggetti politici, sindacali, culturali, nascono da questa presa di coscienza e dalle conseguenti scelte di metodo ed organizzazione.

Per questo i socialisti partecipano alla costruzione di una identità "locale" che abbia radici forti nelle comunità e nel territorio; ma che sia anche capace di scegliere il suo futuro fra le informazioni, stimoli, occasioni, risorse che il sistema di cui fa parte e le condizioni della globalità mettono a sua disposizione.

6. Il progetto di società ed il programma politico del socialismo federativo può essere costruito intorno a tre concetti che possono rappresentare la trama di riferimento nella identità complessiva di questo ritrovato protagonista dei processi storici.

Questi concetti, mirano ripensare e a rinnovare, valori ed idee che fanno parte del patrimonio della sinistra, collegandoli nella loro attuazione con nuovi valori espressi dal mutare delle condizioni storiche; in tal modo bandiere della sinistra come solidarietà, socialità, eguaglianza, vengono ricondotte all'interno di concetti come libertà positiva; giustizia; legittimità.

- Dal concetto di libertà positiva viene espresso il progetto di una società che riesca a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere la propria esistenza e costruire la propria vita.

Nella politica, nella cultura, nella economia, nei comportamenti sociali si afferma la volontà del primato della libertà positiva, cioè della libertà di fare, pensare, scegliere, cambiare, amare, invecchiare, comunicare, educare, viaggiare, lavorare, insomma di vivere il proprio tempo con piena e diretta responsabilità.

Il progetto di società fondato sulla libertà da qualcosa (il bisogno, la violenza, la vecchiaia, l'ignoranza, la solitudine,...) è entrato in una crisi senza prospettive, perché non viene più garantito da istituzioni politiche e civili che di questo progetto sono state parte fondamentale negli ultimi duecento anni.

In sostanza, tramonta un progetto di società fondato su una visione dirigistica dei processi sociali, nella quale lo Stato era lo strumento compensatore e correttore della "a-socialità" del capitalismo.

Ma al tramonto dello Stato sociale fa da contrappeso la crescita dell' "individuo sociale", e solidarietà e socialità devono essere dimensioni concrete della sua realizzazione.

Quella socialità che era il prodotto, ormai burocratizzato, di istituzioni pubbliche alle quali era stato delegato, nella gerarchia piramidale delle funzioni, l'ambito della sicurezza sociale e dell'assistenza, può diventare sempre più il risultato di questa crescita "orizzontale" delle relazioni sociali, e di questo pluralismo dei soggetti individuali, come parte attiva del processo sociale.

Facendo nascere nuovi strumenti di intervento, che richiamano antichi modelli di mutualità e cooperazione; affermando una soggettività responsabile, aperta all'altruismo, perché lo scambio con 1' "altro" definisce e completa la propria individualità; essendo "capaci" di fare, e rendere concreti gli obiettivi di una esistenza.

Vivere la libertà positiva non è un cammino solitario, ma una costante tensione nella comunità.

- Dal concetto di giustizia, viene espresso un progetto di società giusta perché di eguali.

Se la democrazia, abbiamo detto, è un processo fra contraddittori in parità di condizioni, il concetto di giustizia ne regola i termini e ne costituisce il fondamento. Esso ispira una cultura nella quale la solidarietà non è conseguenza della pietà, ma della giustizia; il riequilibrio delle condizioni dei più svantaggiati, è problema costante del vivere civile; le garanzie individuali e politiche, sono l'esito di una visione attiva della democrazia, il cui esercizio è reso possibile soltanto dall'effettiva eguaglianza dei contraddittori.

E' uguaglianza nei diritti civili giuridici e nei diritti civili politici; ma anche garanzia delle condizioni effettive di questa eguaglianza. Quindi, una giustizia giusta, che sia la conseguenza della possibilità di avere del processo giurisdizionale eguaglianza di condizioni, qualunque sia la condizione sociale ed economica del cittadino. Ed eguaglianza nelle libertà politiche, come conseguenza di un forte sostegno all'accesso nel sistema della informazione; di garanzia della libertà nella trasmissione del messaggio; una regolamentazione del diritto di associazione generale, ed un sostegno pratico alla sua attuazione; la difesa del pluralismo in politica, rendendolo compatibile con i livelli di efficienza delle istituzioni rappresentative.

Giustizia vuol dire effettiva condizione di affermazione delle proprie possibilità, per ciascun individuo: il diritto effettivo di partecipazione e di scelta è uno dei cardini concettuali dell' altra sinistra.

Le battaglie per l'affermazione dei diritti ed il superamento dei privilegi; le lotte per l'inserimento degli esclusi; le azioni rivolte alla realizzazione della cittadinanza, ricondotte all'interno del concetto di giustizia, come fattore fondamentale di un progetto politico, acquistano un significato che supera l'aspetto ideologico e di parte, per collocarsi nel vissuto di un'etica della libertà.

- Dal concetto di legittimità, è ispirato un progetto di società nella quale il rapporto libertà­potere sia risolto nella piena responsabilità del cittadino.

E' necessario usare il termine legittimità, perché è proprio la crisi dei rapporti storici di identità e di rappresentanza che sta determinando una grande confusione nella struttura politica del Paese.

Vi è sul territorio e nella comunità la contestuale presenza di sovranità confliggenti di diversa natura (economica, culturale, religiosa, sociale, politica), che hanno messo in discussione l'autorità dello Stato e della tradizionale struttura imperativa delle istituzioni e quindi i diritti dei cittadini alla parità di condizione. Questo obbliga alla ricostruzione di un percorso di

legittimità che risponda in modo più soddisfacente alla mutata qualità del rapporto fra cittadino e potere, ed alla crescita della dimensione orizzontale, nel tessuto portante della società.

La impetuosa crescita del federalismo come valore dominante nella cultura politica del nostro tempo è il tentativo di dare una risposta organica a questa crisi di legittimità. Pensare di rispondere alla profondità di questi problemi con operazioni di ingegneria istituzionale o parziali concessioni al decentramento, significa non aver compreso che o il cuore stesso della democrazia è federalista o la democrazia non è più vitale.

Protagonista della democrazia federativa è 1'individuo sociale: le istituzioni ne sono lo strumento esecutivo.

Il "foedus", nel diritto romano, è il patto per realizzare qualcosa di definito e concreto, non l'annullamento nella "volontà generale"; proprio per questo comprende la responsabilità diretta dei contraenti del patto, nella sua attuazione e nei suoi risultati, conservando ciascuno la sua identità.

Ma a sua volta, l'individuo sociale deve essere garantito nella sua eguaglianza di condizioni. La legittimità dei poteri e della rappresentanza, da ricostruire, deve partire dalla accettazione di questa realtà.

Il potere non è gerarchico, ma federativo; la rappresentanza non è totalizzante, ma pluralista; la struttura delle istituzioni non è una piramide, ma un sistema di interdipendenze finalizzato.

La libertà positiva si realizza nella giustizia e nella legittimità: senza la integrazione di questi concetti, non c'è democrazia, ma confuso tumultuare di passioni ed interessi, dove prevale la legge del più forte, che è sempre instabile ed incerta nelle sue prospettive.

In questo è differente il progetto di società dell'altra sinistra, da quello modernista e statalista.

7. Due concetti politici sono ricorrenti nelle riflessioni precedenti: il Socialismo come civiltà nella quale ritrovare i valori forti della propria identità; la democrazia federativa come terreno politico ed ambiente culturale nel quale crescere come attore del processo sociale.

Il Socialismo Federativo può essere quindi il nome di un'altra sinistra; senza integralismi, né volontà dominanti, e con piena considerazione dei valori altrettanto forti del laicismo radicale e liberale, dell'ambientalismo riformista, dell'autonomismo democratico, del cristianesimo sociale, che ne sono i naturali interlocutori.

Come risulta chiaro dal ragionamento compiuto in precedenza, il Socialismo Federativo non si aggiunge agli altri soggetti politici, perché non vuole essere una struttura piramidale con le tipologie del partito e le sue gerarchie organizzative e di ideologiche. La ricerca delle sue ragioni nella dinamica delle trasformazioni sociali e del rinnovamento dei valori, lo porta ad essere un soggetto diverso ed anomalo rispetto alla tradizione degli organismi politici del nostro Paese.

Infatti il Socialismo Federativo non riconosce alcuna validità concettuale e strategica, alla struttura bipolare improvvisata e confusa, che segna questa fase della politica italiana. Il percorso di una sinistra che voglia affidare la sua strategia di governo ad un progetto di alternativa, è ben diverso da quell'assemblaggio di soggetti politici e sociali, idee, proposte, che nel tentativo di tenere insieme posizioni naturalmente conflittuali e contraddittorie, in realtà non costruisce un protagonista vitale e credibile.

A1 contrario, questa polarizzazione forzosa, finisce per penalizzare fortemente, fino al rischio di annullamento, quelle voci minoritarie fondamentali in una democrazia pluralista, perché spesso rappresentano con lucidità i punti di avanguardia che devono essere raggiunti per garantire la vitalità dell'organismo sociale.

Si pensi al significato che hanno avuto nella coscienza di sé della democrazia italiana, battaglie come quelle combattute sul divorzio, sull'aborto, sulla riforma elettorale, alla cui origine vi sono state minoranze che oggi rischiano di essere cancellate dalla rappresentanza politica istituzionale.

E si pensi alla penalizzazione che ricevono, da questo bipolarismo forzoso, le espressioni territoriali di energie democratiche, che non accettano la rappresentanza leghista, per la sua ambiguità ed integralismo, ma non trovano altro sbocco che l'astensionismo.

Ma proprio dal punto di vista della comunità locale come soggetto attivo di politica, proviamo a riassumere le ragioni e gli obiettivi di una iniziativa riformatrice e di nuova e più estesa capacità di rappresentanza di energie sociali.

L'identità delle regioni economiche, come protagoniste, si rafforza nell'età dell'economia globale, ma è il "mondo" lo scenario di ogni strategia di sviluppo.

Le caratteristiche del nostro Paese, impongono la strategia dello sviluppo differenziato ma interdipendente dell'Italia, coma la scelta che risponde al preminente interesse delle nostre comunità.

Questa scelta si realizza attraverso due indirizzi: il primo è quello di partecipare ai grandi riequilibri settoriali e territoriali all'interno di ogni singolo sistema (ed è la Comunità Europea ormai "il nostro sistema"); il secondo è quello di uno sviluppo che coinvolga altri Paesi in una logica complementare di risanamento e di crescita.

La piena utilizzazione delle risorse umane ed economiche del territorio e della sua comunità è la base qualificata di questa strategia, che ha assoluto bisogno del consenso. Senza il consenso, infatti, che sia il risultato del diretto coinvolgimento e partecipazione dei soggetti attivi, questa ipotesi profondamente democratica di sviluppo della società, di richiamo alla responsabilità ed all'impegno della comunità, perderebbe la sua vitalità.

Ma essa richiede una efficace struttura federalista dello Stato, realizzata attraverso forti poteri autonomi delle comunità, ridefinendo le loro prerogative e spazi d'intervento.

Il Federalismo, ricordiamolo ancora, non è un'ingegneria istituzionale, ma una qualità dei poteri: in esso viene ad essere fattore determinante il nuovo modo di presenza dei cittadini e le nuove forme di consenso di tutte le forze produttive; esso può portare all'intreccio, nuovo nella nostra democrazia, di competenze tecniche e potere sociale.

In tal modo, infatti, si dà forma politica ad una gestione interattiva e differenziata del territorio e delle risorse umane delle comunità e dell'intero Paese.

Ad una rigorosa e consapevole progettualità capace, dalla frantumazione degli episodi, di rispettare tempi ed obiettivi di ogni possibile intervento, si deve ricondurre la cultura di governo del territorio e della comunità. Questo sia in relazione agli operatori pubblici e privati, che alla contestualità ed alla crescita delle condizioni esterne al soggetto imprenditoriale come alle condizione di vita e di valori del cittadino.

Si realizza così una svolta politica e culturale di grande significato; questi valori concreti, riproposti come fondamentali per una democrazia efficiente e giusta, danno la possibilità di invertire il riflusso in atto e di sollecitare nuove energie e nuove speranze.

8. La cultura del "progetto" è alla base di una cultura federativa di governo; proprio perché sono saltate gerarchie ed ideologie centralistiche, la ricomposizione dei diversi protagonisti attivi di una comunità deve avvenire sul progetto di sviluppo economico e civile, sociale e democratico, al quale deve legarsi una responsabilità di governo.

Ma il "progetto", se risponde effettivamente agli interessi generali del territorio, e se quindi è vitale e concreto, riguarda l'intera comunità che ne deve essere protagonista, e che deve concorrere alla sua formulazione in obiettivi e strumenti.

Una maggioranza di governo raccolta in qualche modo è inutile, perché porta all'ingovernabilità. Nelle comunità locali una maggioranza deve formarsi sulle modalità e tempi di gestione di un progetto che nei suoi aspetti essenziali deve rispondere ad interessi generali.

Così si pongono le basi reali di una democrazia dell'alternativa, che muta le sue maggioranze, ma conserva come riferimento essenziale una base concreta, che garantisce la continuità e l'efficacia delle azioni di governo compiute.

Nulla di tutto questo si vede nell'attuale improvvisato bipolarismo, che ricerca invece nella contrapposizione frontale e schematica e nel rifiuto viscerale, le ragioni e le giustificazioni che non riesce a trovare sul terreno programmatico e culturale.

Questa rinnovata cultura del progetto, è resa necessaria dai caratteri stringenti di competizione, che la globalizzazione dell'economia impone.

La "competizione territoriale" deve essere la parola d'ordine di una nuova classe dirigente che sia espressione del territorio; questa classe dirigente che ha ricostruito la sua legittimità, deve essere pronta a lottare sia nel sistema-paese che nell'Europa e nei mercati mondiali per conquistare spazi economici, attivare investimenti, stringere alleanze.

Per essere forti in questa competizione, deve saper organizzare "il suo territorio" come un sistema di risorse e di forze attive, senza disperdere nulla del suo potenziale ed utilizzando tutte le interdipendenze con la più ampia dimensione economica di cui fa parte.

La pluralità e la dialettica delle posizioni politiche e degli interessi locali è fattore ineliminabile della vitalità di una comunità. Ma le basi di questa dialettica devono essere ancorate saldamente agli interessi ed alle esigenze fondamentali che giustificano l'esistenza stessa di questa comunità e quindi riguardano tutti.

Le occasioni che si presentano nella competitività che si è aperta coinvolgono gli interessi di tutti; possono essere gestite sotto diverse egide politiche, ma su una base comune che esiste e deve essere accettata come interesse generale.

Abbiamo detto che il nostro sistema è l'Europa; e la realizzazione dell'Europa comunitaria ha visto crescere una competitività territoriale, interna al mercato europeo ma che si è sviluppata anche nella globalità dei mercati internazionali, fra aree regionali e metropolitane, che sono entrati in conflitto di interesse reciproco ed hanno elaborato politiche territoriali di sviluppo conflittuali almeno parzialmente, con altre realtà dello stesso sistema economico.

E' necessario affrontare la questione dello sviluppo differenziato, e della crescita della partecipazione politica delle comunità territoriali, collocandola all'interno di questa condizione di "competitività territoriale", che è diventata un valore qualificante sia delle strategie politiche e di governo del territorio che nella formazione dei suoi gruppi dirigenti.

Il primo effetto di questa presa di coscienza, è la necessità di basare ogni politica di sviluppo del proprio territorio non autarchicamente, ma su una analisi strategica della sua posizione e competitività, comparata con le altre aree.

Il secondo effetto è di considerare il rapporto con il sistema-paese, non come assoluto, ma in relazione agli impulsi economici che possono derivare dall'esterno, anche in conseguenza delle azioni congiunte per investimenti ed iniziative che per essere efficaci devono poter reggere la concorrenza.

Il terzo effetto è di costringere ad una lettura integrata del territorio e delle sue risorse umane e materiali, perché la competitività dell'offerta sul mercato globale è data anche dalla piena utilizzazione delle sinergie che le comunità organizzate in sistema possono fornire alla domanda degli operatori economici.

Il quarto effetto è nelle modalità di selezione e formazione della classe dirigente nella comunità e nel sistema federativo, e nella qualità della sua cultura sociale e di governo.

Gli anni che verranno saranno pieni di incognite e tensioni, di conflitti e contrapposizioni. Non è possibile nell'età della globalità e della integrazione-competizione dei grandi sistemi economici, che lo sviluppo sia neutrale: se prendo qualcosa, lo tolgo ad un altro. Devo quindi prepararmi a lottare per poter crescere e fornire alla mia squadra gli strumenti culturali, politici ed economici per essere competitiva.

Ma in questa necessaria competitività, il Socialismo porta i valori della socialità e dell'altruismo; nello scontro dei forti, ciò che segna le caratteristiche della Civiltà del Socialismo è la volontà di garantire, inflessibilmente, i diritti dei deboli.